domenica, 06 luglio 2008

1978-Gianpaolo, vuoi spiegarci la trama del tuo romanzo, Il tango dell'angelo perduto?
È la storia di Alfonso Lopez, un medico argentino che, in seguito al rapimento di Laura, una ragazza con la quale stava nascendo qualcosa, da parte di una squadraccia del regime militare, fugge in Italia. Siamo nel 1978 e il momento è quello dei mondiali di Argentina ‘78.
Dopo varie vicissitudini, che nel libro mi limito ad accennare, arriva a lavorare al pronto soccorso dell’ospedale di Ferrara, la mia città. Il libro inizia nel momento in cui Alfonso, forse a causa di un incubo, dove ripercorre il rapimento di Laura, crede di riconoscerla in una ragazza che viene portata all’ospedale in condizioni disperate, dopo essere stata ripescata dal Po. È in coma e presenta tante e tali lesioni che difficilmente potrà sopravvivere a lungo.
Il problema è che la ragazza, malgrado siano passati ventisette anni, appare uguale a come gli è stata portata via a Buenos Aires nel 1978 e il narrato si riferisce al 2005.
Per cercare di spiegarsi questo ritorno misterioso e, forse, per tentare di recuperare un passato opprimente, Alfonso ritorna a Buenos Aires, dove non era più tornato. Lì è costretto, suo malgrado, a riviere buona parte di tutto quello da cui era scappato. A causa di una serie di avvenimenti, anche fantastici, in cui il tempo smette di essere la convenzione che è, ma diventa una scansione orribile di emozioni, recupera in parte quello da cui era scappato.
Scoprirà poi una verità possibile e una impossibile sulla fine di Laura. Fra le due verità sarà impossibile scegliere, per lui.
Alla fine credo che Alfonso, malgrado tutto, non riesca a chiudere i conti con il passato.
-Cosa ti ha ispirato la figura di Alfonso Lopez, il medico argentino rifugiato in Italia?
La risposta più diretta, ma anche la più banale, è che Alfonso Lopez è nato dentro di me, in qualche parte ben nascosta e lì si è sviluppato, fino ad obbligarmi a scrivere la sua storia. Posso dire, non meno banalmente, che non so di preciso da dove venga. Si tratta probabilmente di un collage di brandelli di personaggi letterari con pezzi di me stesso a tenerli uniti o, viceversa, brandelli di me stesso con un collante di personaggi letterari. Credo che sia difficile individuare la provenienza di un personaggio d’invenzione come il protagonista del mio romanzo, almeno se non si è in presenza di un’illuminazione improvvisa, che in questo caso non c’è stata.
Posso dire, invece, che la scintilla che ha scatenato “Il Tango dell’Angelo Perduto” è stata la lettura di “Le Irregolari” di Massimo Carlotto. Un bellissimo romanzo ambientato in Argentina. È la narrazione di un viaggio dell’autore a Buenos Aires, sulle tracce di un nonno che lì era emigrato e che, una volta tornato, si era comportato come se quel periodo non fosse esistito. Poi il viaggio diventa qualcosa di diverso: un percorso nel dramma dei desaparecidos.
-Perché una storia d'amore ambientata in Argentina?
Diciamo che la storia d’amore è stata una scusa per poter parlare d’altro. Quello che mi interessava era il dramma umano di un popolo oppresso da una dittatura orrenda e inaccettabile e, allo stesso tempo, il dramma della scelta da che parte stare. Nessuna dittatura si sorregge senza l’appoggio, diretto o indiretto, di tantissime persone. In Argentina non era Videla che torturava e uccideva di sua mano, ma un numero notevole di persone che facendolo riceveva un vantaggio diretto, soprattutto economico. Un aspetto che rende ancora più oscena tutta la vicenda della dittatura militare argentina è il “business” che è stato fatto sui desaparecidos.
Poi, la storia d’amore, è abbastanza anomala, nel senso che si tratta di un amore potenziale che, proprio a causa della sparizione di Laura, non può compiersi. Non è detto che sarebbe stato un amore di un certo rilievo, ma questo rimanere in un limbo inespresso è quello che ha impedito ad Alfonso di uscirne, rimanendoci legato tutta la vita. Allo stesso modo vi è rimasto legato il suo doppio, ma per capire questo bisogna leggere il libro.
cortazar-Come ti sei documentato per ricreare l'ambientazione drammatica della dittatura?
Come ho già detto la lettura di “Le Irregolari”che ha acceso qualcosa probabilmente già presente dentro di me e che parla del dopo dittatura. Poi i film di Marco Bechis, Figli-Hijos e Garage Olimpo. Ho utilizzato anche internet, ovviamente, che è una fonte inesauribile di informazioni, se solo sai cercare. In fondo, però, sono dell’idea che, trattandosi di narrativa d’invenzione, non sia nemmeno così importante che i luoghi corrispondano esattamente, che siano davvero così nella realtà o che tutto sia andato come lo descrivo io.  Credo, piuttosto, che il valore del mio testo, se presente, possa trovarsi l’atmosfera di un contesto angoscioso, sperando di averla resa in un modo credibile e il porre la questione di questi orrori irrisolti: i responsabili sono perlopiù liberi e i 30.000 morti innocenti, nella sola Argentina, non hanno visto pagare nessuno dei principali responsabili. Questo mi premeva ricordare, aldilà della precisione storica delle descrizioni.
-Il tuo libro non ha molti dialoghi diretti, come mai questa scelta così inusuale?
Diciamo che mi pongo la questione in seguito alla tua domanda. Mentre scrivevo assolutamente non me la sono posta. Il fatto che i dialoghi siano difficili da scrivere è il dogma dello scrittore principiante. Ma credo che non sia per questo che ho usato pochi dialoghi. Direi che ho cercato più le descrizioni, la vista. Diciamo che ho cercato un effetto sì cinematografico, ma per immagini piuttosto che per dialoghi, è stato quello che mi è sembrato più adatto alla storia che volevo raccontare.
-Conosci scrittori argentini? Ami la letteratura sudamericana?
Posso dire che la letteratura sudamericana è un mare in cui non ho navigato quanto avrei voluto e soprattutto quanto meriterebbe, fino ad ora. Ho letto qualcosa di Borges e di Guimarães Rosa oltre a “Cent’anni di Solitudine” di Garcìa Màrquez , ma il mio autore sudamericano preferito è l’argentino Julio Cortázar. Mentre scrivevo il Tango dell’Angelo Perduto ho letto “Il Gioco del Mondo”. Di Cortázar appezzo l’ironia intelligente e la comprensione dei complessi meccanismi della vita e il “Il Gioco del Mondo” è un libro che non posso che consigliare a tutti, un vero capolavoro universale. Ho cercato di rendergli anche un piccolo omaggio mettendo anch’io una Maga: il personaggio femminile principale del libro di Cortázar, anche se profondamente diverso dall’originale.
9788806144272g-Quale via pensi debba prendere la narrativa esordiente italiana per avere un po' di visibilità?
Questa è una domanda alla quale è molto difficile rispondere. L’esordiente, subito dopo aver superato il già difficile scoglio della pubblicazione e, mi raccomando, sconsiglio chiunque ad accettare le proposte di editori a pagamento, intendendo anche quelli che ti fanno comprare 300 o 400 copie del tuo libro, spesso si trovano in un imbuto buio. Almeno che non si esordisca per un grande editore, con ufficio stampa, giornali di supporto e tutto quello che sappiamo, ottenere un po’ di visibilità è una lotta, spesso, difficilmente vincente. E questo è un peccato, perché molta letteratura esordiente è interessante, contiene spunti e idee importanti, meriterebbe palcoscenici differenti da quelli in cui è relegata a causa della scarsità di lettori e delle logiche economiche imposte nell’editoria come in una qualsiasi industria. E in questo intendo sia gli editori che le catene delle principali librerie. Proprio la rete, però, può venire in aiuto e dare un mano a chi, altrimenti, non potrebbe uscire dal circolo di promozione che per troppi, purtroppo, termina dopo le due o tre presentazioni sotto casa. Occorrerebbero iniziative indipendenti, tali da creare un mercato parallelo a quello principale, in cui venga data la possibilità agli scrittori esordienti di confrontarsi con un pubblico, lasciando a quest’ultimo la decisione sul valore di un’opera. Quasi sempre questo contatto non è possibile.
-Hai progetti per il futuro?
Prima di tutto, nei prossimi mesi è prevista l’uscita di un altro mio romanzo, “Il Bambino dei Miracoli” con Giraldi Editore di Bologna. Poi sto cercando di finire un nuovo libro che rischia di soverchiarmi per troppa complessità, di sui preferisco ancora non parlare. Contemporaneamente faccio parte di un gruppo di scrittori, voluto e coordinato dal grandissimo Giulio Mozzi, persona squisita e dalla genialità vulcanica. Lo scopo è quello di scrivere un libro collettivo su un caso di cronaca nera avvenuto a New York, andato sui giornali alla fine degli anni ’90. Forse ne verrà un romanzo, forse un’altra forma narrativa o più di una. Per il momento ci divertiamo e credo che questo sia l’importante.

Breve sinossi che corrisponde al retro di copertina
La vita di Alfonso Lopez, medico argentino rifugiato in Italia durante la dittatura militare, viene sconvolta dal riapparire di Laura, la ragazza di cui era innamorato, svanita in quegli anni di orrore. Lei è ancora giovane come allora, anche se sono passati più di vent'anni.
Spinto dagli eventi e dalla curiosità di collocare un ritorno così straordinario, soprannaturale, Alfonso torna indietro, a quella Buenos Aires che aveva rifiutato e viene costretto a vivere quel terribile passato. Pur avendo cercato di evitarlo con la fuga.
Grazie al contributo di una serie di personaggi limite e di un concatenarsi di avvenimenti anche fantastici, il protagonista ritrova quella vita che aveva abbandonato per paura. Ritrovando, nel proprio doppio, tutto il male di quegli anni dissennati.
Codice ISBN: 9788862111177
Note biografiche
Gianpaolo Borghini è nato a Ferrara nel 1968.
Nel 2006 il suo racconto "Intelligence Combat" è stato inserito nell'antologia "Venti
d@lla Rete" edita da Graphe.it. Nel 2007 è entrato fra i cinque finalisti del concorso "Nuove Storie Ferraresi" con il racconto "L'Emigrante e il Becchino", che è stato pubblicato da Corbo Editore nell'antologia conseguente.
Il suo primo romanzo "Il Bambino dei Miracoli" è in via di pubblicazione da Giraldi Editore.
Il "Tango dell'Angelo Perduto" è il suo nuovo romanzo.

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lunedì, 16 giugno 2008

webbookscx9“Linguaggio globale” parlacene?
Linguaggio globale (
www.linguaggioglobale.com) è un progetto di condivisione del sapere e di web 2.0 ante litteram. Nasce nel 2000 quando ho deciso di riversare su web oltre 3.000 pagine di contenuti enciclopedici per ragazzi che un tempo costituivano il catalogo dell'omonima casa editrice, da me fondata. Per lo più sono contenuti che un tempo erano venduti e distribuiti su cd-rom. Esaurito il loro ciclo di vita commerciale nei negozi ho pensato dunque di metterli gratuitamente a disposizione dei naviganti e di arricchire l'archivio con i contributi che mi arrivavano dalla rete. 

Bookwebtv più soddisfazioni o fatica?
50 e 50 direi. Però siamo ancora nella fase dello start up, spero che la fatica diminuisca in favore delle soddisfazioni.

libroQueneauParlaci del tuo blog zop.splinder.
Nel 2002 mi sono accorto che in Italia stava prendendo piede il fenomeno dei blog. Allora ce n'erano sì e no un migliaio e venivano definiti semplicemente come diari on-line. Mi è sembrato di scorgere la nascita di una community che aveva un'attenzione per la scrittura molto interessante, in un'epoca che era stata etichettata come la civiltà dell'immagine. Così ho cominciato a studiare il fenomeno e poi alla fine del 2002 ho aperto il mio blog che invece di presentarsi come un diario, è stato il primo blog a lanciare dei giochi di scrittura. Ho cominciato con un rifacimento internettiano degli Esercizi di stile di Queneau: riscrivere all'infinito uno stesso brano sempre con un punto di vista e con una modalità differenti. Ho cominciato a scrivere i primi esercizi invitando i blog a fare altrettanto. E' stao il primo blog dedicato ai giochi di scrittura, nessuno l'aveva mai fatto e forse per questo ha avuto un grande successo. Oggi questo è diventato un genere. Per oltre un anno, quasi ogni giorno sono andato avanti a pubblicare esercizi di stile, spesso di ottimo livello, arrivati dalla rete. Oltre 300 persone hanno partecipato. Nel 2003 ho ottenuto un rioconoscimento al conocrso Scrittura mutante, presso la fiera del libro di Torino e poco dopo ho pubblicato un libro in cui raccontavo la mia esperienza, riflettevo su come cambia la scrittura nell'era del web e riproponevo sulla carta 99 esercizi di stile (Blog. PerQueneau? La scrittura cambia con Internet, Luca Sossella Editore, Roma 2003).
In seguito ho sperimentato numerosi altri giochi di scrittura, con un'attenzione per la scrittura collettiva e combinatoria. Romanzi a tante mani, gialli da sms in 160 caratteri a cui hanno partecipato anche giallisti affermati (Lo ammazzai con una scura perché era più meritevole di me e quindi se lo meritava, Andrea G. Pinketts), contaminazioni con trasmissioni radiofoniche, concorsi, persino un manifesto letterario che ha avuto moltissimo seguaci e firmatari: il manifesto del DADIsmo che ha avuto anche delle giornate di sperimentazione a Genova presso la fiera dell'editoria INEDITA 2006. Nello stesso anno ho pubblicato un nuovo libro con alcuni dei racconti che avevo scritto per il blog: Gentile editore io non demordo, RGB editore 2006.

jarryQuali sono i tuoi autori preferiti?
Io mi considero un patafisco. Ho una passione per Alfred Jarry e affini, soprattutto se folli letterari: Boris Vian, Raymond Queneau, Italo Calvino e gli autori legati all'OULIPO. Adoro gli autori surreali e le avanguardie dal futurismo a Borges. Di solito prediligo autori poco conosciuti: Raymond Roussel, Max Aub, la Bessora. Detesto i romanzi tradizionali, credo che il romanzo come genere letterario abbia fatto il suo tempo.

internet_codice_minori_artMolti bambini usano internet che consigli daresti per proteggerli ?
Considero il web una grandissima risorsa della nostra epoca. Non credo alla retorica della pericolosità di internet. Forse è molto più pericolosa la tv. Ovvio, i bambini piccoli dovrebbero essere affiancati dai genitori, esattamente come per quanto riguarda la tv o le loro letture. Credo invece che ci siano molti bambini che potrebbero dare consigli agli adulti a questo proposito, soprattutto per uscire dai luoghi comuni. A questo proposito lascio un link di un lavoro fatto proprio con i bambini:
http://www.linguaggioglobale.com/WEBcabolario/default.htm

shakeIl mondo dell’editoria è un mondo complesso che consiglio daresti ai giovani autori che non hanno ancora pubblicato ma hanno un manoscritto nel cassetto?
Vedo che sempre di più avere un sito o un blog aiuta, anche a essere pubblicati. Certo scrivere romanzi tradizionali o opere lunghe e sequenziali mal si concilia con la lettura a rete. Ma per quanto riguarda le scritture brevi, dai racconti alle poesie, il web è un terreno meraviglioso. Pubblicare un libro è molto oneroso e ha dei costi. Inoltre se non si è autori affermati si rischia di vendere qualche centinaio di copie. Con un blog invece il numero dei lettori può essere di gran lunga maggiore, anche di un ordine di grandezza. Quindi è un modo per farsi conoscere e per arrivare a più persone, nel complesso. E poi è una palestra formidabile. In rete si hanno feedback. Positivi e negativi. Si hanno lettori e questo stimoa a scrivere. Se non puoi condividere i tuoi scritti e tutto rimane in un cassetto anche lo stimolo a scrivere e a migliorarsi si affievolisce.

Vanno di moda l’autoproduzione di testi e le case editrici a pagamento: che ne pensi?
Personalmente diffido delle case editrici a pagamento. Credo che sostanzialmente speculino sugli aspiranti scrittori. E poi che senso ha pubblicare un libro che non verrà praticamente distribuito? Meglio rivolgersi a agenzie editoriali, se si vogliono spendere dei soldi, almeno ti fanno l'editing e ti aiutano a imparare oltre che a indirizzarti verso degli editori appropriati. Naturalmente anche in questo campo bisogna stare attenti a rivolgersi a dei professionisti onesti che non facciano speculazioni.
Quanto all'autopubblicazione, non ne capisco troppo il senso. Ancora ua volta che senso ha pubblicarsi un libro che poi si vende in cento copie agli amici? Allora meglio le riviste, le fanzine, gli e-book, e ancora una volta, la rete.

Stai scrivendo attualmente un libro?
Più che altro sto cercando di vedere se alcune cose che ho scritto possono trovare una pubblicazione.

I book trailers li consiglieresti come biglietti da visita per i nuovi autori?
Sono molto di moda. Il problema non è fare un booktrailer ma dargli diffusione. Altrimenti rischia di rimanere in un cassetto.

GhostwriterGhostwriters sì o no?
Sì, l'ho fatto (non dirò mai per chi). Esperienza umiliante, ma non me ne vergogno. Guadagnare dei soldi scrivendo non è facile e alla fine si accettano anche questi compromessi. Il mio giudizio verso chi commissiona a qualcun altro qualcosa che dovrebbe scrivere da solo è però durissimo. Disprezzo totale.

altanIl fumetto un’ arte povera ma ricca di creatività: ti appassiona?
Da ragazzo volevo fare il disegnatore di fumetti. Amo il fumetto d'autore, più che quello seriale. Per esempio Andrea Pazienza credo che abbia elevato il fumetto a opera d'arte, nel senso che ha usato questo mezzo di espressione in modo innovativo e per raccontarsi. Ma sono pochi gli autori che spiccano. Tra questi alcuni autori di satira. Il più grande Altan. Lascio un paio dei mie fumetti giovanili, che in epoca internettiana ho provato ad animare:
http://www.linguaggioglobale.com/divertimenti/fumetti/contenuti/piedi.gif
e http://www.linguaggioglobale.com/blog/moka.gif e aggiungo un esperimento con un fumetto combinatorio: http://zop.splinder.com/1108722152#4098181

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categoria:antonio zoppetti
venerdì, 13 giugno 2008

euripideEschilo, Sofocle ed Euripide, sono senz’altro i tragediografi greci che più hanno lasciato, grazie alla miracolosa conservazione dei loro testi, una porta aperta sulla vita del loro tempo.

E’ singolare come la vita si riflette nel teatro e viceversa ed è ancora più singolare analizzare come la psiche umana, ovvero i sentimenti, il modo di ragionare, non ostante secoli di “civiltà”, sia per lo più immutata. Certo lo sfondo delle tragedie di Euripide è un mondo pagano, in cui mito e religione si sovrappongono e gli dei camminano tra gli uomini creando più scompiglio che aiuto, non ostante questo l’uomo di allora rispecchia fedelmente la vitalità, le aspirazioni, la ricerca di felicità che caratterizza ogni epoca ed ogni paese.

Il mondo greco è senz’altro dotato di una cultura evoluta, di una nobiltà di sentimenti, di un raffinato sentire, e percepire l’arte, la poesia e la musica. Atene in un certo senso rispecchia tutto questo ma forse mai come allora l’orrore la violenza che perde e strazia è esasperata ed accentuata lasciando però sempre la certezza che il bene, morale ed estetico, ha qualcosa di così sacro da meritare sempre l’alloro della Vittoria.

maschera_ecubaEuripide si colloca in una posizione singolare ed anomala nella polis greca, fucina di libertà e di democrazia; ne incarna in un certo modo lo spirito più critico e non convenzionale. Non inserito nel suo tempo, piuttosto incompreso ed avversato dai contemporanei, Euripide si isola e nel suo isolamento riflette e medita. C’è in lui sicuramente una tensione morale non comune e una sottigliezza che permea le sue tragedie di un bizzarro soffio anarchico contenuto in una prosa di posata compostezza.

L’anarchia di Euripide non ha niente di violento o sovversivo, si limita a dare spazio alle emozioni contraddittorie che molte realtà evocano, a sottolineare la stupidità di certi comportamenti velati dalla nobilitatane patina del conformismo, a ribellarsi all’assurdo. Lo spiccato individualismo di cui è più vittima che orgoglioso rappresentante, ci permette dopo tanti secoli di osservare il mondo di allora come da uno spiraglio privilegiato e in un certo senso di vedere noi stessi con le nostre debolezze, le nostre virtù e in ultima analisi il nostro immutato desiderio di capire e conoscere.

nike“Le Troiane” è sicuramente una delle tragedie più amare di Euripide che analizza i meccanismi più nascosti che regolano l’esistenza umana. Tema centrale è la descrizione di cosa la guerra porta e di quanto il concetto stesso di “Vittoria” sia labile e fuggevole. Euripide stravolge tutti canoni e gli archetipi dell’epoca e porge ai suoi spettatori, una riflessione amara ma non priva di logica.

Gli sconfitti e i vincitori sono attori di uno stesso dramma, la realtà è tragica ed implacabile per entrambi e in un certo senso fa giustizia ai vinti rendendo il trionfo dei nemici, breve , provvisorio , se non inutile. I bottini depredati ai vinti sono in realtà niente considerato che l’unica vera ricchezza è le “vita” e sia i vincitori che i vinti sono accomunati dal fatto di aver ucciso ed essere morti.

Tra tutte le opere dell’antichità, sicuramente questa pone in risalto in modo compiuto il concetto di quanto "la pace" sia davvero l’unica dea del mondo pagano che vada onorata e la sola portatrice di benessere e di vera giustizia. Non c’è giustizia nell’umiliazione dei vinti, nel loro dolore, nel prendere schiavi, nel bruciare città, e lasciare solo rovine. Non c’è onore in una guerra, solo vittime, questo è ciò che ci dice Euripide conscio di dire una verità scomoda e contraria alla morale corrente che vede nella guerra una scelta anche se dolorosa, pur inevitabile.

280px-Eirene_Ploutos_Glyptothek_Munich_219_n4Euripide utilizza le divinità pagane in un certo senso areligiosamente, unicamente come catalizzatori. Poseidone, ci introduce nel vivo del dramma e ci pone di fronte una città, Troia, distrutta e saccheggiata; dove prima c’era una fiorente e gloriosa comunità, simbolo di tutto quello l’ingegno umano sa creare, ora c’è solo più cenere e polvere. La vittoria dei greci così tanto decantata e cercata, non ha niente di nobile, è frutto di un inganno, una trappola, un cavallo contenente soldati che i troiani introducono nella cinta delle mura come tributo, per una sorta di religiosa pietà.

Di qui l’origine della vittoria, non dettata quindi dal valore, dal coraggio , dalla superiorità morale od etica, ma da qualcosa di empio, meschino, perfino crudele. Il dio dalla parte dei perdenti si prepara ad andarsene provando ripugnanza per i festeggiamenti dei vincitori che si spartiscono donne indifese, portandosi via oro e bottino e arrivando pure, massima empietà concepibile a depredare gli altari grondanti di sangue.

Il dio sconfitto sottolinea che la guerra è un atto tristemente irreligioso, un delitto contro la gioia degli affetti, che separa figli e madri, mariti e spose, e crea solo orfani, e vedove e non trionfanti vincitori. Tra le lacrime e i gemiti dei sopravvissuti si compie un ennesimo strazio, un ampliamento dell’empietà, la totale profanazione di ciò che è sacro, giusto, e inviolabile, la totale soppressione della dignità del vinto.

250px-Athena_cisteAtena, la dea vincitrice dal suo canto non festeggia neanche essa, troppo occupata a rendere amaro il ritorno in patria dei greci da lei difesi, che oltraggiando con la violenza i suoi altari, hanno commesso oltre ad un atto irreligioso l’abominio dell’irriconoscenza. “Devono imparare ad onorare gli dei” argomenta pianificando i suoi propositi di vendetta.

Che l’arbitrio della violenza richieda una punizione è appunto essenziale compito degli dei e un giusto castigo è l’unico mezzo per ristabilire giustizia ed equità.

Euripide utilizza il coro come forza narrante e il personaggio di Ecuba è senz’altro il più umanamente riuscito e emozionante. Tra tutte le prigioniere, madri, figlie, mogli, l’antica regina ormai in catene e vestita di stracci mostra in sé tutta la tragicità di quella realtà. Un tempo madre felice di figli valorosi e di figlie sagge, ora non può più opporsi al destino e può invocare solo la rassegnazione a sua difesa. E’ solo più una schiava, vecchia, destinata alla solitudine e massima pena possibile alla privazione della libertà.

“Stesa su un letto di pietra” molto simile all’alveo di una tomba, non le è concesso che piangere e lamentarsi. Ma in lei qualcosa ancora vive, il suo antico spirito non è spento del tutto e nella sua debolezza, trova ancora la forza di un moto di ribellione avversando l’odiosa moglie di Menelao, la bella Elena, causa o più che altro pretesto di quella guerra.

Il rancore di Ecuba per l’odiata spartana è privo di riscatto, irrazionale in un certo senso, in lei non c’è perdono. Ecuba identifica in Elena il nemico, la causa della sua desolazione, e questo odio senza perdono, rende la sua disperazione inconsolabile.

Ecuba pur tuttavia resta regina, senza bisogno di corona, guida ed incoraggia le altre prigioniere, e la sua dignità di sovrana spodestata la innalza in una posizione addirittura superiore a quella precedente. La sua nuova grandezza si nutre unicamente della sua forza morale, e non più nello sfarzo delle vesti, nel suo matrimonio prestigioso, nel suo potere dato da uno scettro. La sua regalità è essenziale ed assoluta e si identifica nella vera nobiltà e ne fa una figura più grande dei vincitori che si appresta a seguire in catene.

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domenica, 08 giugno 2008
 
Macchina_da_scrivereL'orologio americano è un dramma in due atti con struttura frammentaria di Arthur Miller. Apparenntemente murales sociale dell'America degli anni 30 è in realtà una lunga riflessione socioeconomica sul periodo della Grande Depressione.
L'America intera è la scena.
Miller analizza il meccanismo economico legato al "trust" ovvero alla fiducia, piedi d'argilla su cui si poggia l'intera economia. Il tema principale della piece è la descrizione della fine dell' "innocenza" dell'America simboleggiata dal ragazzo che ruba la bicicletta al protagonista: la fine del sogno americano.
 
 Tecnicamente è una aspra satira sull'  immaterialità del denaro, sulla spietatezza delle regole dell'economia e nello stesso tempo un'amara riflessione politica sull'incociliabilità tra utopia e realtà. Miller fa anche1 anche una lucida analisi dei rapporti umani dei legami familiari che caratterizzano la civiltà contrapposti al materialismo sfrenato che porta alla barbarie.

Interessante è la sua analisi sullecause  della crisi del 29 che per Miller sono da ricercare in primo luogo in una generalizzata crisi morale che in un secondo tempo si riflette sia  sulla sfera politica e infine su quella economica.

La sua visione del ruolo della guerra principalmente della  "I guerra mondiale" è pessimista ed è vista come uno strumento "capitalistico" di riequilibramento del mercato. La sovrapproduzione accompagnata da una scarsità di moneta, perchè sottratta dai grandi capitalisti per le loro speculazioni, fà si che i magazzini siano pieni di merci che la gente comune, non avendo soldi, non può comprare. Il conseguente crollo dei prezzi diventa il sintomo allarmante della frattura del ciclo produttivo causato principalmente dalla gestione irrazionale del sistema creditizio da parte delle banche.

La fiducia cessa e il crollo del sistema del trust porta ad una svalutazione dei titoli azionari, al fallimento delle aziende, alla disoccupazione, e senza stipendi, non circolando moneta,  il sistema è destinato alla paralisi.

2mGli interessi sul credito e sul debito principalmente sono per Miller il grande nemico. I grandi capitali non investiti che creano interessi da capogiro sono di per sè un atto economicamente immorale per Miller, e vengono utilizzati dalle banche per speculazioni selvaggie su oro, petrolio, costruzioni edilizie. Inoltre i  profitti gonfiati della borsa  ovvero la discrepanza tra valore reale e valore nominale di un bene poi sono il germe del crollo di Wall Street. 

La prima guerra mondiale fu il tragico tentativo quindi di azzerare i debiti e i crediti per fare una sorta di  tabula rasa sulle cui ceneri   ricostruire l'economia.

Tema caro a Miller è il discorso sul  reddito: un reddito che non consente risparmio è un reddito sterile che incoraggia il risparmiatore a buttarsi nelle maglie dell'usura per qualsiasi spesa imprevista. Il sistema debitorio dei prestiti, negli anni 30 frequente soprattutto tra i piccoli proprietari terrieri, cuore pulsante dell'America, per ammodernare le attrezzature agricole ed essere competitivi sul mercato, è da Miller equiparato a veri atti di pirateria da parte delle banche che alla minima rata di rimborso non pagata espropriavano le terre.

Il sovraindebitamento delle famiglie portò alla tragica crisi agraria che minò la produzione degli stessi beni di sussitenza ovvero i generi di prima necessità e la fame di milioni di persone fu la conseguenza più drammatica . Le campagne si spopolarono e si riversarono nelle città causandone il crollo. Miller contrappone l'etica del "valore" all'etica del "profitto" e vede nella folla dei disoccuapati, nei negozi vuoti, nella gente buttata in strada con materassi, pentole e tegami, la conseguenza ovvia di tutti gli errori economici commessi. I ricchi divennero sempre più ricchi, facendo affari favolosi per 4 soldi, mentre le classi medie che sopravvivevano unicamente con il lavoro furono rovinate e messe sul lastrico.

Miller sostiene che il boom degli anni 20 fu una gigantesca truffa organizzata dai grandi capitalisti per moltiplicare le loro ricchezze rapinando la gente. Gli avidi affaristi senza scrupoli furono i reali operatori che portarono al crollo dei mercati utilizzando le leggi liberiste del mercato al di là dell'etica del progresso comune e perseguendo utilisticamente  l'arricchimento personale.

Per quanto possa sembrare strano la religione non è esente da responsabilità in questo campo. L'etica protestante della ricchezza come segno della grazia divina e della predestinazione alla salvezza ha un ruolo fondamentale nell'incrementare la concentrazione dei capitali e fomenta l'antisemitismo poichè si contrappone all'etica ebraica che vede, ispirandosi a Quolet, con pessimismo il denaro e la ricchezza  frutto quasi sempre di ingiustizia e idolatria.Chi è veramente onesto difficilmente diventa ricco. Queste due forze antitetiche serpeggiano segretamente nel mondo americano e fanno sì che  si contrappongono capitalismo e socialimo, la destra e la sinistra, i democratici e i repubblicani, i ricchi e i poveri, la corrente di pensiero di stampo protestante e quella di stampo ebraico.

L'etica ebraica vede nel denaro un bene/male per la sopravvivenza della comunità; una quantificazine di un concetto astratto che incarna tutti gli idoli ovvero ciò che si adora pur non esistendo. L'etica protestante dal canto suo, base del sistema democratico americano, esalta invece della comunità  l'individuo, la libertà.

3m_4 "Se la libertà non è bilanciata dalla giustizia sociale ben presto qualsiasi economia crolla". Questa è la lezione che Miller impara dalla crisi del 29. L'unico rimedio che può esistere è la forza della speranza ovvero la convinzione che la crisi avrà un termine, che infondo al tunel c'è sempre una luce. La forza del sogno è per Miller una forza reale, che sostiene la gente "anima dell'America" .

Il titolo, l'orologio americano, si riferisce al tempo e al grido silenzioso delle folle disperate, "fino a quando sopporteremo tutto questo?" Chiude Robertson con la domanda: potrebbe succedere ancora un 29 ? Miller non è consolante, nè consolatorio, e per lui la stupidità umana è senza limite quindi non ritiene che la lezione serva di esempio alle nuove generazioni anche se con tutto se stesso spera che ciò non debba ripetersi di nuovo.Quando gli chiedono se fu Roosvelt e il "New Deal "a salvare l' America, Miller scuote il capo e ricorda che fu la "fede" nel domani degli Americani a salvarli. A queto punto sulla scena cade il buio e si chiude il sipario.      


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lunedì, 19 maggio 2008

Ci parli un po' del suo libro, La ragazza di Baghdad
Il mio libro è un autobiografia che narra la mia infanzia in Iraq e nella ex Cecoslovacchia comunista…  Racconta di come si sono conosciuti i miei genitori ( padre irachèno e madre dell' attuale Repubblica Ceca ) così diversi fra di loro, sia dal punto di vista somatico che culturale e religioso. michelle nouriMa l’amore con la A maiuscola sembrava sconfiggere queste differenze. Per qualche anno almeno. Finché al situazione non è precipitata… l’odio che provava la famiglia di mio padre nei confronti di mia madre ( straniera ), ha preso il sopravvento ed è stato la causa della loro separazione. La ragazza di Baghdad narra anche l’epoca di Saddam degli anni ottanta, la lunga guerra con l’Iran, la vita sociale degli irachèni ecc.
Un'opera fortemente autobiografica, ma che analizza un problema molto ampio: quello dei rapporti fra due culture. Pensa che la narrativa contemporanea si occupi in modo ampio di questa problematica?
Recentemente sì. Forse perché negli ultimi anni sono riaffiorati queste problematiche legate al oddio razziale e religioso, causati spesso da conflitti e sete di potere. Credo sia fondamentale illustrare attraverso i libri o i documentari come vivono le altre popolazione nel mondo. Questo sistema non guarirà l’ostilità che si sta sempre più creando fra le varie culture e religioni ( spesso volute e mirate ) ma per lo meno può aiutare a riflettere e a comprendere la varie ragione e le loro problematiche. bagdad moscheQuesto è uno dei motivi per i quali ho deciso di scrivere La ragazza di Baghdad. Attraverso il mio percorso personale, e al costo di raccontare situazioni intime e riservate della mia famiglia, ho voluto in qualche modo contribuire a fare conoscere un mondo - cioè quello irachèno - quasi semi sconosciuto all’opinione pubblica italiana. Uno spaccato di storia ma anche il modo di vivere e di pensare dei vari componenti della famiglia di mio padre.
Negli ultimi anni sono state stampate diverse autobiografie scritte con magistrale piglio narrativo, penso soprattutto ai bellissimi Shantaram di Gregory David Roberts e a Il forziere di Zanzibar di Aidan Hartley. Pensa che quello della biografia sia un canale intelligente e innovativo per dire qualcosa al lettore?
Direi proprio di sì. Anzi, ne sono convinta. Shantaram è un libro fantastico. È pieno di emozioni e allo stesso tempo racconta l’India, specialmente Bombay in tutte le sue sfaccettature. Fa’ riflettere sulla povertà delle persone che la abitano e sul forte senso della loro immensa umanità. Ho tanto amato il personaggio di Prabaker.  Inoltre adoro il popolo indiano. Hanno dignità nonostante la povertà.  513C39TKTSLPrediligo le autobiografie perche’ mi piace leggere storie e fatti realmente accaduti di persone realmente esistite.
Lo scambio culturale a livello letterario e personale con Paesi non occidentali, è molto difficile. Pensa ci possano essere dei canali che indirizzino i lettori italiani verso letterature diverse da quella nazionale e soprattutto da quella di stampo americano?
Certamente. Il problema è uno. I libri di autori italiani di rado arrivano all’estero. Sono forse un po’ snobbati dalle case editrici estere. E questo mi dispiace. Mentre paradossalmente il contrario,  funziona. Tutto ciò che arriva dal estero, Stati Uniti o Inghilterra in Italia ha successo. Forse qui gioca un po’ una mancanza di fiducia in se stessi…
Nagib Mafhuz, Tahar Ben Jelloun, Tawfiq al-Hakim, 'Ala al-Aswani, Yasmina Khadra (per citarne solo alcuni) sono grandissimi scrittori del mondo arabo che hanno avuto e hanno un certo seguito anche in Italia. Cosa pensa di questi autori? Delle tematiche che mettono in atto nei loro romanzi? C'è qualche autore del mondo arabo che ama particolarmente?
Ho avuto il piacere di incontrare Tahar Ben Jelloun. Ho realizzato un’intervista con lui. Beh, è un personaggio simpatico e disponibile.Ben-Jelloun-Tahar Mi era piaciuto il suo libro “Il razzismo raccontato a mia figlia”.  Tutti questi autori provenienti dal mondo arabo, cercano di dare un contributo alla società italiana o quella che sia. Ognuno a modo suo.  Riescono a cogliere le esigenze dei lettori ed indovinare gli argomenti da trattare. Li ammiro tutti.
Yasmina Khadra ha scritto due anni fa un libro bellissimo. Le sirene di Baghdad. in cui riesce, a mio parere, a raccontare la tragedia dell'Iraq attuale senza cadere in preconcetti o in inutili patetismi. Ha letto il libro? Pensa che Khadra sia riuscito a rappresentare in modo sufficientemente obiettivo il suo Paese e la situazione che sta vivendo?
Sono desolata ma non ho avuto il piacere di leggerlo.
Sua madre viene da Praga e suo padre da Baghdad: cosa le ha dato, a livello letterario, questa interculturalità?
Tantissimo. Riesco a vedere le cose in maniera più obbiettiva e senza preconcetti. Capisco entrambe le culture e le loro radici e motivazioni, a volte.  Mi sento una persona fortunata ad averle ereditati entrambe. Qualche volta però mi sento smarrita. Sento un senso di non appartenenza.
Cosa pensa del giornalismo italiano ed europeo? Qual'è la sua impressione sul come vengono date le notizie su realtà altre, fra cui l'Iraq ma anche altri Paesi che appartengono al mondo arabo?
Credo che quella che dovrebbe essere la libertà di espressione a volte viene soffocata. Non tutti i media riescono ad essere obbiettivi e imparziali. La stampa italiana ad esempio è un po’ influenzata dal proprio editore. Seguono una linea che ritengono sia giusta. La stessa cosa vale anche per la stampa estera. Ma la realtà è spesso diversa da come viene presentata ai lettori.
Lei è cresciuta nella Baghdad degli anni Settanta la Baghdad della sua infanzia oramai non c’è più,  ricca, cosmopolita, moderna, pensa che in futuro tornerà così?
E’ un’ utopia. Purtroppo. Baghdad non ritornerà mai quella che era una volta. La spaccatura interna fra la popolazione è talmente profonda, l’odio è talmente viscerale che è difficile da ricomporre. Indipendentemente da chi la governa. Questo è un mio grande rammarico. Per quanto la possano ricostruire, ridare la libertà di espressione e di movimento alla gente, oramai è un terra che è stata ferita nel profondo del suo animo. A volte di fronte ad una situazione del genere, ci si sente davvero impotenti.
Qual è il più importante scrittore iracheno? C’è una rinascita culturale irachena?
tawNon ne conosco. Ma Jounes Taufìk, che ora vive a Torino, è un buon scrittore irachèno a mio avviso.
I giovani come stanno agendo nel processo di ricostruzione del paese, c’è determinazione, collaborazione, un impegno condiviso? Collaborano con giovani di altri paesi?
Si, la voglia sicuramente c’è. Ma sono giovani che hanno sofferto tanto e sono un po’ disillusi nei confronti della vita. Sono però anche il futuro del nuovo Iraq. 11mural600my7La stessa sensazione la provano anche i giovani del Libano. Assistono alla distruzione della loro nazione da anni, e sanno che è una situazione che loro stessi non possono controllare. Mi dicono sempre : “ God bless this Country  “. Dio benedica la nostra terra.
La percezione che l’occidente ha del mondo musulmano pensa sia corretta, quali sono gli errori più frequenti?
Non è corretta naturalmente. Ma alcuni leader musulmani hanno interesse di fare apparire il mondo musulmano in questo modo. E’ l’occidente non fa’ nulla purché questa situazione cambi.
La società irachena era fortemente matriarcale, nei suoi racconti ci sono madri, sorelle, mogli, nonne, zie, donne forti e punti di riferimento all’interno delle famiglie; ha trovato più maschilismo in occidente?
Senza nomeParadossalmente, sì.  Al incontrario di quello che si possa pensare, in Iraq a comandare erano sempre le donne. Astute e determinate. Mentre ho riscontrato molto maschilismo in Italia. Buffo, no ? in teoria l’Italia è un Paese aperto e libero. Ma solo in teoria. 
Esiste una sorta di femminismo musulmano?
Esiste un fondamentalismo femminile.  Si. Questo però avviene nei Paesi dove domina una forte etica religiosa. Ma di fondo ha a che fare con la propria cultura. Come sempre. Ayaan-Hirsi-Ali_web
Il conflitto tra sciiti e sunniti non pensa che sia una questione interna? Gli occidentali secondo lei capiscano realmente il problema e negli equilibri dei rapporti tra clan, pensa agiscano correttamente ?
Il conflitto negli anni ottanta o comunque durante l’epoca di Saddam non è mai esistito. Il fatto di essere sciita o sunnita non faceva alcuna differenza. E’ una problematica che si era sviluppata negli ultimi anni. Chissà il perché ?... forse un Paese unito è meno facile da controllare che un Paese diviso. Sarà…

Lorenzo Mazzoni

lorenzomazzoni74@hotmail.com

http://lorenzomazzoni.splinder.com/ 

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categoria:michelle nouri
sabato, 03 maggio 2008

Prima di iniziare volevo dirti che... posso darti del tu?
certo.

Che casa tua assomiglia incredibilmente alla mia.
anche tu hai i muri colorati e la terrazza con vista sugli orti e sul murales di Rousseau?

Sì, ed ho perfino gli stessi dischi.
Non ci credo... anche Doughnut in Granny's Greenhouse di The Bonzo Dog Doo Dah Band?

Sì.
Andremo d'accordo noi due, vai con le domande.

Lorenzo Mazzoni[1].2E' uscito da qualche settimana il tuo ultimo romanzo, Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda (Robin Edizioni), hai voglia di parlarmene?
Non troppa, basta che ti connetti al sito della casa editrice e puoi leggere la sinossi. Comunque dato che anche tu possiedi Doughnut in Granny's Greenhouse, farò uno sforzo. Ivan Mostarda è un caleidoscopio. Un viaggio, in tutti i sensi. Se vuoi, un libro d'avventura classico con elementi surrealisti... per dirla semplice: 'Un musicista di strada che suona pentole capovolte con bacchette cinesi, una ragazza dalle gambe perfette e dagli occhi grandissimi, un mercenario che scompare e riappare, un clochard che indossa un saio da penitente e che studia iscrizioni runiche, uno spregiudicato affarista egiziano, un albergatore turco che parla con la foto di Atatürk, una ricca occidentale che continua a mangiare senza sosta dal giorno del suo matrimonio. Sono solo alcuni dei personaggi che animano questo rocambolesco e surreale romanzo. Libro d’avventura, d’amore e d’amicizia, Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda si sviluppa come un caleidoscopio coloratissimo: vichinghi, buskers, giornalisti falliti, chiromanti, la Monna Lisa, kamikaze improvvisati. Fra l’Emilia, Parigi, Istanbul, le coste del mar Rosso e la Maremma, una storia appassionante, allegra e commovente sulle tappe della vita.'... ho letto la sinossi... beh, sì, il libro parla essenzialmente di questo.

Lorenzo Mazzoni[1].3Verso la fine del libro c'è una specie di monologo che potrebbe essere letto come una glorificazione della figura del kamikaze, sei d'accordo? Volevi dare questo messaggio?
Glorificazione del kamikaze? Ma dai... davvero l'hai interpretata così? No, nessuna gloria, semplicemente la constatazione del perchè capitino certe cose. Ne glorificazione ne giustificazione, solo consapevolezza.

Ivan Mostarda è anche uno splendido omaggio a diversi luoghi. E' frutto di esperienze personali?
Sì, Parigi e Istanbul, luoghi dove sono stato... in qualche modo anche Ferrara... suo malgrado.

Parliamo di Ferrara. Il romanzo che hai scritto illustrato dai disegni di Andrea Amaducci (Io ho un amico che si chiama Amaducci Andrea), Nero ferrarese (Edizioni La Carmelina) è arrivato alla ristampa in soli due mesi. Il genere noir funziona quindi.
Beh, non hai scoperto l'acqua calda... Nero ferrarese è andato in ristampa con una distribuzione locale (se escludi una o due librerie di Roma), non è stata una tiratura da milioni di copie, ma sì, sta andando benissimo Alla città piace quando si parla di lei, anche se viene dissacrata come abbiamo fatto io e Andrea. Nero ferrarese è un'interpretazione della città. Le istituzioni te la vogliono fare vedere ancora coi lustri degli Estensi e noi gliel'abbiamo fatta vedere attraverso gli occhi di uno sbirro anarchico, di vecchie che coltivano erba, con attentati, fascistelli e corse clandestine di auto. Ognuno vede la città come vuole e come sa fare e sognare.

Nei tuoi libri ricorrono diversi elementi: attentati, dissacrazione della pornografia, surrealismo, Storia. Sei d'accordo?
Ce ne sono anche molti altri: muse ispiratrici, comunismo, musica, erba, amicizia, amore, viaggi, divertimento, commozione...

mazzoniNon te la stai tirando un po' troppo?
Sì, forse sì.

Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades) è un lavoro a cui sei particolarmente legato. Quali sono i motivi?
Perchè è marginale. Siamo seri, parlare della DDR, dei servizi segreti vietnamiti, di ex spie del patto di Varsavia e di un mondo che non esiste più è fuori moda, ammuffito, surreale. Un piccolo mondo antico pieno di piccole particolarità. E poi adoro le spy story, Graham Greene è geniale, immenso... Ost è un po' un tributo a quel filone letterario.

A me piace uno con un nome simile, Greene Graham. Come sta andando Il requiem di Valle Secca (Tracce), il tuo primo romanzo?
Piccolo caro Requiem... bene, è andato bene... c'è bisogno di fiabe ecologiche di questi tempi, e anche di lieto fine... il mio primo romanzo ha queste caratteristiche. Spero... credo. In ogni modo preferisco definirla fiaba ecologica piuttosto che cyberpunk come è stato sempre etichettato in questi due anni. Ancora oggi non ho capito cosa sia il cyberpunk.

Il_Sole_sorge_sul_VietnamNon posso aiutarti, non lo so nemmeno io... stai scrivendo?
Scrivo continuamente, altrimenti muoio, mi appassisco. Mi tengo libero. Sto scrivendo una storia d'amore e nel mentre aspetto un responso per quattro inediti, due miei, uno scritto a quattro mani con l'amico Enrico Astolfi e uno a otto mani con il collettivo Alba Cienfuegos.

Bene, mi piacciono i ragazzi che si danno da fare... cosa ne pensi del panorama letterario italiano?
Credo ci sia la brutta abitudine a persistere con i soliti autori triti e ritriti e, soprattutto, la brutta abitudine di investire sui giovani (quando si investe) che non hanno molto da dire oltre a quante eiaculazioni hanno avuto o com'è stato ostico sballarsi al rave... insomma gli editori abituano il pubblico ad una serie di storielle che vanno dal patetico bisogno di parlare di sé alla morbosità di un'erezione e di un tacco a spillo sulle palle... è un po' triste. La cultura in Italia sta rimpicciolendosi, è sotto assedio, ma i comandanti invece di farci resistere con dignità preferiscono darci in pasto al nemico a suon di buffonate e libri per la maggior parte scadenti.

Vuoi fare un esempio?
No. Chi vuol intendere intenda. Non voglio fare di tutta un'erba un fascio, Ci sono moltissimi scrittori semi sconosciuti o sconosciuti che scrivono benissimo, ed è questo il problema. I creativi, i fantasiosi, chi riesce ad andare un po' più in là delle sciocche storielle autobiografiche, generalmente esce con piccoli editori, spesso bravi editori, ma che vengono schiacciati dai grandi generali e spesso i generali non hanno molta fantasia a scegliere i propri uomini... è un giro vizioso, ma si resiste.

Ti sento combattivo.
Ci provo, se non combatto mi sparo.

Problema di soldi? Se vuoi posso darti una mano.
Lascia perdere.

Ok. come non detto. Tornando al discorso della “resistenza”... beh, c'è qualche tecnica per resistere? Pensi ci sarà una vittoria finale di quelli che tu definisci gli assediati?
Nella realtà il primo mondo vince sempre. Il primo mondo, nel mondo della cultura, è rappresentato da tutti quegli omini pavidi che hanno il potere di decidere i gusti narrativi del lettore. L'unica tecnica è quella di rendere migliore possibile il nostro mondo dei sogni. Io credo che sia un dovere di ogni scrittore quello di dare ai propri lettori, se anche fossero solo due, il meglio del proprio mondo mentale. La tecnica è dargli narrativa popolare che io definisco di qualità, rispetto alle storielle autobiografiche di cui parlavo prima o a romanzetti fatti in serie buoni solo per l'attesa dal dottore. Resistere è dargli qualcosa che tutti possano leggere, senza sforzo ma mettendogli dentro la storia, le annotazioni, la geografia, luoghi sognati e luoghi reali. Se mentre lo fai sogni, allora devi essere in grado di far sognare anche i tuoi lettori.

Sembra una missione.
Sembra di fare la Rivoluzione d'Ottobre. Ma senza tutta questa contorsione di parole ticchettate su tasti, libri studiati, frasi strampalate, veglie, ore a fissare un muro, lettere scarabocchiate su vecchi quaderni, sarei morto da un pezzo.

... Senti, prima di andare, hai mica un po' di tabacco da offrirmi?
Tieni.

grazie... aloha.
aloha e prego.

Me ne vado mentre nella stanza risuona il delirante intro di I'm The Urban Spaceman, primo brano di Doughnut in Granny's Greenhouse di The Bonzo Dog Doo Dah Band.

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categoria:lorenzo mazzoni
sabato, 26 aprile 2008

Valery

Attenzione:per i temi trattati è consigliata la lettura ad un pubblico adulto. 

Valeria Ferracuti, ha 27 anni ed è nata a Roma. Dopo gli studi artistici, nel 2003 si è trasferita sul Lago Maggiore in provincia di Varese e da allora convive con il mio compagno.
Si è avvicinata alla scrittura solo da pochi anni. Nel 2005 raccolse un discreto numero di racconti e decise di renderli pubblici partecipando al concorso Oxe Awards 2006 indetto dal sito Eroxe. I  racconti sono stati riuniti in una breve antologia dal titolo “Le avventure di luna”, e sono arrivati al primo posto nella sezione Miglior Saga per quanto riguardava il giudizio popolare. Dopo Eroxe ha partecipato ad altri concorsi, tra cui Eroticamente indetto dalla casa editrice Graphe con il racconto “Le quattro spine” (pubblicato inedito nell’antologia che si chiama proprio Eroticamente) e con il racconto “La prima alba” al concorso Eros&Amore indetto da ArpaNet, pubblicato anche questo inedito nell’antologia omonima. Nel giugno del 2007 ha finito, dopo quasi cinque mesi di lavoro, la stesura del suo primo romanzo “Non baciarmi sulla bocca” e, dopo averlo proposto a Mariella Calcagno per la Graphe.it Edizioni, parte finalmente l’iter per la pubblicazione e, da lì, anche la collaborazione con il magazine online GraphoMania.

Ciao Valeria, ti ho conosciuto grazie al Borgonarrante diretto da Tresfor alias Saro Fronte, come hai conosciuto il mondo di Borgonarrante?
Ricerco spesso in rete siti e blog che riguardano la scrittura per proporre recensioni e interviste per il magazine GraphoMania. Borgonarrante mi era piaciuto e oltretutto Saro è stato molto disponibile a farsi intervistare. È stato davvero molto gentile.
Che tipo di lettrice sei? Inizi a leggere tanti libri alla volta magari non finendoli o ti soffermi su uno solo per volta magari rileggendolo più volte?
Purtroppo a questo proposito lascio un po’ a desiderare. A volte penso che mi stia fossilizzando un po’ troppo su un unico genere. Ho iniziato ad appassionarmi davvero tanto alla lettura quando mi è stata regalata una copia di “Justine” di De Sade.product-273943 Il libro in sé e in particolare il genere erotico mi hanno subito attratta e spesso penso di tralasciare troppo altri generi. Di solito comunque leggo un libro alla volta, anche se ne compro a decine e ogni volta che entro in libreria spendo un patrimonio. Se poi un libro non mi coinvolge nei primi capitoli però è difficile che io riesca ad andare avanti e ad arrivare alla fine.
Che rapporto hai con la televisione?
Ho un non-rapporto. Non la guardo spesso. Ormai è diventata una scatola vuota e quindi preferisco, quando ho tempo, navigare in internet, leggere o scrivere appunto. Quando sono a casa di solito mi accorgo di tenerla giusto come sottofondo.
Ti piacciono i libri di viaggio?
Non troppo. Prediligo altri generi.
Ami la poesia? Qual è il tuo poeta preferito?
Alla poesia in generale preferisco la prosa. Comunque uno dei poeti che ho letto e che mi ha appassionato è Mario Quintana, poeta brasiliano conosciuto in patria come il poeta delle cose semplici. 2040947360_5318afe85c_oUno dei pochi poeti che non ha dato spazio alla critica e che ha scritto proprio per la pura necessità di scrivere.
Ho letto un resoconto su internet sulla sua esperienza in Africa e più precisamente in Malawi di una ragazza che si chiama Valeria Ferracuti, sei tu?
Non sono io ;)
Valeria sei responsabile della sezione Interviste ai blog nel giovane blog-magazine GraphoMania, recensisci blogs, è un lavoro che ti sei scelta o te l’ hanno offerto?
La collaborazione con GraphoMania è iniziata per caso. Conoscevo Mariella Calcagno perché frequentavo un sito di scrittura nel quale lei collaborava come parte attiva. Quando è andata via da questo sito ed è entrata a far parte della casa editrice Graphe, essendo lei diventata direttrice della collana Afrodite che si occupava, appunto, di romanzi erotici, le ho sottoposto il mio romanzo. Le è piaciuto e abbiamo dato il via all’iter per la pubblicazione. Solo dopo qualche mese, con la nascita di GraphoMania, Roberto Russo direttore della casa editrice, mi ha proposto la collaborazione.
Quale blog in assoluto ti ha più stupito, commosso, sorpreso e perchè?
Devo dire che questa esperienza mi ha dato la possibilità di conoscere tantissimi bravi autori che, purtroppo, non hanno lo spazio che meritano. Di blog belli ne ho incontrati molti. Posso menzionarti Attimi Eterni (
http://blog.libero.it/adorandounadea/view.php) per la straordinaria ambientazione, Thriller Café (http://thriller-cafe.blogspot.com/) per la genialità di Kick, il “barman” del blog, Elenoir (http://jelenoir.blogspot.com/) per la bravura e la fantasia dell’autrice. Una menzione d’onore va senz’altro poi a Saro e al suo Borgonarrante. Ha trovato il modo giusto per far avvicinare le persone alla scrittura unendo stile e passione, due elementi difficili da trovare in uno stesso testo. La lista però come vedi sarebbe davvero troppo lunga. Uno tra tutti, il mio preferito, credo sia comunque Appunti (http://www.remobassini.it/) , il blog di Remo Bassini. È un misto di cruda malinconia, sincerità, dolcezza. Mi ha coinvolto davvero tanto e spesso, leggendo i suoi pezzi, mi è entrato dentro emozionandomi fino alle lacrime.
Pensi che gli autori sudamericani abbiano una visione più solare e positiva dell’erotismo?
Penso che gli autori sudamericani abbiano una visione diversa, tutto qui. Forse meno poetica, e per meno poetica intendo un po’ più cruda, forse più vera. Basta leggere Almudena Grandes.40061
Per volontà di Roberto Russo editore di Graphe è nata Afrodite, che si propone di ospitare autori noti e meno noti dando voce all’eros, quanto conta nella tua vita?
La Graphe.it Edizioni inizia il suo percorso pubblicando libri a carattere religioso. Dopo la proposta di Mariella Calcagno di aprire questa nuova collana, è nata Afrodite. Che dire, un po’ come il diavolo e l’acqua santa. Il genere erotico ormai è considerato un genere a tutti gli effetti e alla casa editrice questa new entry non potrà fare che bene. Per me, ovviamente, è stato un ottimo sbocco per la pubblicazione del libro e rappresenta per me il primo passo di – spero – un lungo percorso.
“Non baciarmi sulla bocca” esce il 26 aprile, sei emozionata?
Sono più che emozionata. Non sto nella pelle. Quando mi sono arrivate le prime copie del libro e le ho potute finalmente “toccare con mano” non mi sembrava vero.Copertina_libro Può sembrare strano ma quando lavori per tanto tempo a un progetto e poi lo vedi realizzato, non solo nel suo percorso, ma anche “tridimensionalmente”, è come se avessi dato vita a qualcosa. I propri libri, per uno scrittore, sono un po’ come dei figli.
Sarai presente alla Fiera del Libro di Torino dal 8 al 12 maggio?
Sì, anche se non so ancora se come parte attiva o come semplice visitatrice.
Che libro stai leggendo al momento?
Ho appena finito di leggere “Le amicizie pericolose” di Choderlos de Laclos e che è, da pochi giorni, anche disponibile in versione digitale e gratuita sul mio sito (
http://www.mysecretdiary.it). Capolavoro della letteratura libertina e ultimo grande esemplare di narrativa epistolare, alla sua uscita nel 1782 suscitò un grande scandalo pari a pochi altri libri, moderni e non. tornaImmagine
Segui Bookwebtv la televisione dedicata ai libri diretta da Alessandra Casella?
Seguo volentieri il blog. Credo che sia un’ottimo progetto e che lasci ampi spazi agli scrittori e al popolo della rete in generale.
Isabelle Allende, è un’ autrice che conosci? Come giudichi il suo stile narrativo?
Di Isabelle Allende ho letto, qualche anno fa, La casa degli spiriti, il suo primo romanzo, e La città delle bestie. C’è da dire che praticamente in quasi tutti i suoi romanzi si sente pressante l’amore per il Cile e per il popolo cileno di cui lei, da sempre, fa parte. houseNel suo modo di scrivere c’è tanta passione, gentilezza e malinconia, ma anche tanta rabbia e frustrazione.
Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers sei mai stata tentata di scrivere per autori famosi?
Oh beh, dovresti chiedermi cosa ne penso di chi usa i ghost writers per pubblicare libri! Ma forse poi dovresti censurarmi (rido). A parte gli scherzi, io ho sempre visto la scrittura come necessità, passione e amore per la letteratura. Mai considerata un mezzo per arricchirmi, non perché io non lo desideri ma, andiamo, ognuno ha le sue priorità... Preferisco rimanere povera e scrivere di ciò che mi piace. I ghost writers sono persone che hanno deciso di mettere il proprio talento e la propria passione al servizio di qualcuno che non ne ha o che è troppo pigro per sfruttarlo. Io personalmente li vedo come piccole crocerossine in aiuto di chi vuole vedere il proprio nome stampato su qualche copertina. Non credo che lo farei mai.
Che consigli daresti a un giovane autore non ancora pubblicato?
Di scrivere per piacere, prima di tutto, e di essere umile. Qualunque autore pensa di aver tra le mani il romanzo del secolo; molti scrittori ancora inediti fanno l’errore di pensare che sia sprecato accontentarsi di piccole case editrici e cercano di puntare sempre al massimo. Io invece consiglio di partire dal basso, entrare in questo mondo in punta di piedi e congratularsi con se stessi per ogni meta raggiunta, anche la più piccola. Non è un mondo facile e buttarsi a capofitto senza nemmeno saper bene cosa c’è al di là è un quasi-suicidio.
La responsabilità di chi fa cultura e informazione e notevole, si influenzano le coscienze specialmente dei più giovani, come affronti questa problematica?
La tv in questo senso è molto pericolosa. Anche solo il tg, che è l’informazione per antonomasia, influenza sempre il modo di pensare di chi ascolta. Tutto o quasi gira intorno alla politica e ognuno cerca di portare acqua al suo mulino. La rete è altrettanto pericolosa, anche se offre così tante indicazioni che la gente perlomeno è libera di sentire un po’ tutte le campane. Personalmente, sul mio sito cerco solo di avvicinare le persone alla lettura nella più totale libertà. C’è sempre meno gente che legge e questo non va bene.
Riguardo alle case editrici che pubblicano a pagamento cosa ne pensi?
La maggior parte degli autori sono molto restii a pubblicare i propri lavori contribuendo alle spese. Io cerco di mettermi anche dalla parte delle case editrici; è molto rischioso per loro pubblicare e investire soldi su un autore sconosciuto. E se non vende? Se alla gente non piace? Le case editrici, come gli autori, lavorano per passione ma anche, è ovvio, per soldi. È il loro lavoro ed è normale chiedere all’autore un piccolo contributo. “Piccolo” però, mi raccomando, perché credo bisogni diffidare da quelle case editrici che chiedono quote troppo alte. Chi non ha nulla da perdere naviga nella tranquillità e, se il libro non vende, a loro in quel caso andrà bene ugualmente.
Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori?
Grazie a GraphoMania ho conosciuto molti autori, la maggior parte “sconosciuti” ma non per questo meno bravi. Attraverso il mio sito, invece, ho avuto la possibilità di prendere contatti con autori e autrici più famosi e letti – sempre nel campo della letteratura erotica – come Carolina Cutolo, Gisy Scerman, Valérie Tasso e Blanca Cordero, autrice tra l’altro della prefazione di “Non baciarmi sulla bocca”.
Da donna pensi sia più facile per un uomo essere scrittore o quel che conta è solo il talento?
Mi piacerebbe poter dire che in questo campo chi ha talento arriva, anche se purtroppo spesso non è così. Io credo dipenda comunque molto anche dal genere. Un autore uomo di romanzi rosa è sempre poco credibile, così come potrebbe essere più credibile nel genere giallo o noir. Anche nell’erotismo, per esempio, ci sono molte più scrittrici donne che uomini, forse perché le donne hanno una visione più ampia dell’erotismo e anche perché una buona fetta dei lettori appartiene al genere maschile. Comunque devo dire che fino a qualche tempo fa le scrittrici erano racchiuse in una cerchia molto stretta ed erano poco considerate nel mondo letterario. Basti pensare a Dominique Aury: sentendo che il suo amante si stava allontanando da lei e in reazione a un’osservazione da lui fatta, “le donne non possono scrivere romanzi erotici”, aveva iniziato a scrivere “Histoire d’O” firmandolo poi con lo pseudonimo di Pauline Réage. Il romanzo, però, venne attribuito a Jean Paulhan, suo amante, e solo una decina di anni fa, cinquant’anni dopo la stesura del romanzo, la Aury ammise ufficialmente di essere lei l’autrice misteriosa. Per fortuna ora i tempi sono cambiati.
0413771555Ti piace la letteratura cinese? Conosci MoYan?
Di Mo Yan ho letto “Grande seno, fianchi larghi”. Sono 900 pagine di storia, di Cina vera e vissuta, di donne coraggiose. La letteratura cinese guarda l’erotismo con altri occhi, come in “Il tappeto da preghiera di carne” di Li Yu: al contrario della Cina intesa come Stato, dove la sessualità è molto repressa, nei romanzi degli autori cinesi si narra sempre di un mondo senza l’angoscia del peccato della carne.
Perché secondo te i temi legati alla sessualità e all’amore fisico fanno più clamore che i temi legati alla violenza e alla guerra?
La sessualità, la pornografia, l’erotismo sono tra i temi più censurati ancora oggi e la censura, si sa, crea grande interesse. Il proibito, il condannato, l’inquisito, tutto ciò che è disapprovato e deplorato dalla critica, dallo stato, dalla religione, suscita sempre molta attenzione.
Che differenza c’è per te tra erotismo e pornografia?
Oggettivamente, la pornografia è esplicita, cruda, non lascia nulla all’immaginazione. L’erotismo, invece, si può trovare in cose che non sono esattamente rappresentabili con il rapporto sessuale: può essere erotico un bacio, una carezza, uno sguardo, un atteggiamento. Per quanto riguarda la letteratura, sono d’accordo con ciò che diceva Oscar Wilde: “non esistono racconti morali o immorali. Ci sono solo racconti scritti bene e racconti scritti male”.
op ht rewHai letto le mille e una notte?
No, mai.
Vladimir Nabokov è considerato un maestro della letteratura erotica, condividi questa affermazione?
Il grande passo di Nabokov attraverso la letteratura erotica è stato fatto con “Lolita”. Per me è un capolavoro, uno dei più bei romanzi erotici. Nonostante il romanzo venne rifiutato da molte case editrici per lungo tempo a causa della trama scottante, nelle 400 pagine di scritto non c’è una sola parola scabrosa o scena spinta. Tutto è descritto con molta poesia, è un romanzo pieno di passione e calore.
L’amante di Marguerite Duras, l’ hai letto,  che emozioni e sensazioni ti ha suscitato?
Marguerite Duras è una scrittrice molto difficile da leggere. Ha un modo di scrivere sottile, a tratti impenetrabile, quasi sfuggente. Si può perdere facilmente il filo, non trovare il punto del discorso. duras39393Ne “L’amante”, romanzo autobiografico e forse uno tra i suoi più famosi, il sesso che descrive, spesso, è accompagnato da sofferenze e dolori per la storia difficile che i due protagonisti vivono, ma è anche un rapporto vissuto al massimo, esteso, amplificato all’estremo proprio perché sanno che la loro storia è destinata a morire. La Duras non si può leggere con leggerezza, è qualcosa che ti rimane dentro.
Francesca Mazzucato definisce il genere della letteratura erotica "praticamente morto o morente", cosa diresti per contraddirla?
Mi piacerebbe poterla contraddire, ma credo purtroppo che abbia ragione. Oggi la letteratura erotica, dopo i primi grandi scrittori che hanno fatto storia come il marchese De Sade o Anais Nin,anais_nin-web è vista come squallido mezzo per arricchirsi. Basti pensare a Melissa P. e a tutto ciò che ha girato intorno a lei e allo scandalo che si è creato. Credo che oggi sia proprio questo, lo scandalo, che fa di uno scrittore erotico un bravo scrittore. Più un romanzo verrà condannato, disapprovato, biasimato e più sarà pubblicizzato, letto, venduto. Per ritornare a qualche domanda fa, oggi è l’immorale, il vizioso, il pervertito, è tutto ciò che è dissoluto, indecente, licenzioso a costruire un romanzo erotico. E non è certo una prospettiva felice.
Hai frequentato corsi di scrittura creativa?
No, mai. La scuola l’ho fatta attraverso i libri che ho letto.
Cosa pensi degli e-book?
Anche se preferisco di gran lunga avere in mano il libro in “3D”, sentire la carta tra le dita, penso che gli e-book siano un’ottima cosa. Io stessa ho aperto sul mio sito una sezione dedicata ai download gratuiti. Un libro di media ora costa sui dieci, dodici euro e non tutti possono permettersi spese del genere se i libri da acquistare sono tanti. In rete ci sono moltissimi e-book gratis e questo è un bene perché tutti, poco o tanto, hanno il diritto di perdersi nella lettura.
Il fenomeno del bookcrossing ti ha mai coinvolto?
Non personalmente, anche se penso sia un’iniziativa davvero affascinante. Sarebbe bello se il mio libro venisse lasciato e ritrovato e se passasse di mano in mano in un modo così seducente.

Sito dell'autrice: http://www.mysecretdiary.it

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categoria:valeria ferracuti
martedì, 22 aprile 2008

iannello silvia - immagine-BNSilvia Iannello è nata a Catania nel 1948. Ha fatto studi classici, è specializzata in Ematologia e in Diabetologia, ed è ricercatrice universitaria, ora in pensione, di Medicina Interna presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Catania. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici ed è coautrice di libri di argomento diabetologico. Nel 2004 ha scritto un’ampia monografia in lingua inglese sulla rara sindrome di Guillain-Barre per la casa editrice americana NOVA Publishers di New York, che è stato un “bestseller”. Per i suoi meriti scientifici la sua biografia è stata inclusa nel “Who’s Who in the World” (USA) e nell’“Outstanding People of the 20th Century” (Cambridge, England). Ha ricevuto, inoltre, diversi riconoscimenti internazionali. Negli ultimi anni, si è dedicata a lavori di carattere letterario, scrivendo articoli di critica per la pagina culturale del quotidiano catanese “La Sicilia” e per il portale di letteratura “www.zam.it”. Nel 2007 ha pubblicato con la casa editrice Mursia (Milano) “Cani scritti”, che raccoglie i brani letterari più significativi dedicati al cane nella letteratura antica e moderna e che include anche dei commenti lievi e scherzosi. Il sito dell'autrice: qui
Silvia, lei è siciliana, quanto la terra di Sicilia si riflette nei suoi scritti? malavoglia_1
Sono siciliana e amo moltissimo la Sicilia. Al momento, ho sottoposto a un editore il mio secondo libro, una selezione antologica illustrata, che si avvale delle straordinarie parole del romanzo “I Malavoglia” di Giovanni Verga e delle fotografie dell’ambiente nel quale lo scrittore ha fatto vivere il suo sconsolato mondo immaginario e le sue umili creature; il tutto corredato da commenti e notizie di folclore e storia siciliana, più tanto altro ancora. Poiché ho una figlia che insegna in Inghilterra a Coventry e che ha sposato un ragazzo che insegna Statistica a Oxford, da qualche anno passo molto tempo in Inghilterra e ho iniziato a conoscerla e amarla, oltre che ad apprezzarne la grande letteratura.
Come è nato in lei l’amore per la letteratura, leggeva già negli anni giovanili o è stata una scoperta recente?
Ho sempre letto tantissimo, sin dall’età infantile. La mia cara mamma aveva una ricca biblioteca e ho letto veramente di tutto: dalle storie di Delly, ai libri di Salgari, ai gialli di Agata Christie e di Simenon, e ai romanzi dei maestri del passato che ho adorato. Mi rattrista che questi grandi della letteratura siano oggi così trascurati, perché ritengo che la lettura dei loro romanzi eterni abbia un potere enorme nella formazione degli uomini e nella protezione delle loro eredità culturali. Virginia Woolf (grande critica e scrittrice inglese, i cui saggi sono appassionanti alla stregua di romanzi) ha osservato giustamente: «…un libro dobbiamo leggerlo come se fosse l’ultimo volume di una serie molto lunga… Perché i libri sono la continuazione l’uno dell’altro, nonostante la nostra abitudine a giudicarli separatamente». Ciò significa che chi non conosce i classici ha inevitabilmente una cultura monca. Proprio per questo, con i miei articoli - nell’ambito di un intento anche didattico, divenuto oramai una mia forma mentis - ho sempre tentato di risvegliare l’interesse del pubblico giovanile per i grandi autori caduti nel dimenticatoio.
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Lei essenzialmente è una scienziata, utilizza il metodo scientifico anche per la critica di testi letterari?
Nella mia antologia commentata “Cani scritti”, ho tentato di affrontare in maniera lieve degli argomenti difficili, usando anche quello sguardo scientifico di medico e ricercatore universitario al quale sono abituata. D’altra parte, tra la ricerca scientifica e la critica letteraria esistono molti punti in comune: entrambe cercano di riportare alla superficie delle verità nascoste. Jean Starobinski, filosofo e grande critico letterario ginevrino, uno degli ultimi umanisti e il padre della “nouvelle critique”, - guarda caso - ha sia una laurea in lettere che una in medicina, e nel metodo critico mescola gli strumenti dell’arte, della musica e della linguistica con quelli della scienza (compresa la medicina). Tra l’altro, la mia posizione nella critica letteraria è umile e modesta, consistendo nel condividere le impressioni comuni, da lettrice entusiasta che parla ad altri lettori, al di fuori dei paludamenti eruditi dell’accademia. La mancanza di una sovrastruttura culturale non è poi un male, perché impedisce gli eccessi del critico di professione (che spesso liquida impietosamente tutto ciò che non ama o non gli piace) e perché consente forse un giudizio individuale più indipendente.
C’è creatività nella stesura di testi scientifici o più che altro domina il rigore scientifico e la meticolosità?
C’è grande creatività sia nella ricerca scientifica che nella stesura degli articoli scientifici, come c’è meticolosità e rigore scientifico nella scrittura letteraria. Senza il mio ricco background di articoli e libri scientifici, non avrei sviluppato certamente una certa abilità critico-letteraria che consiste anche, tra l’altro, nel dominare una grande quantità di fonti e documenti. Fermata da un grave problema di salute, ho ritrovato una sorta di rinascita nella letteratura e nella scrittura; viceversa, ho sviluppato una sorta di ripulsa totale per tutto ciò che riguarda la Medicina, l’Ospedale e l’Università.
Trova difficoltà a scrivere in inglese?
Per la scrittura dei miei articoli scientifici in inglese, ho avuto poche difficoltà perché ho sempre scritto per riviste straniere (le sole considerate degne di attenzione in ambito scientifico) e perché ho usato un linguaggio elementare ricco di termini medici familiari. Avrei, invece, delle serie difficoltà nella stesura inglese di un testo letterario! 
Coca cola no, me ne parli.
Sono contenta di questa domanda perché mi consente di chiarire un importante equivoco. Non è mio, purtroppo, il fortunato libro “Coca Cola no”, che è invece il frutto di un’esperta d’Economia, mia omonima. Purtroppo BOL e IBS attribuiscono i due libri “Cani scritti” e “Coca Cola no” a un’unica persona. E il danno credo sia tutto per la ben più nota economista Silvia Iannello!
Quali libri preferisce di Thomas Hardy, in che modo il suo stile o le sue tematiche l’hanno influenzata? copj13
Di Hardy ho letto “Via dalla pazza folla”, ispirato alla durezza del lavoro agricolo e al mito ideale della vita agreste che accompagnò lo scrittore durante tutta la vita. Ho letto anche “Tess dei d’Ubervilles” e “Giuda l’oscuro”, testi tremendi perché nutriti di un senso sconfortato della vita e segnati drammaticamente dalla fatalità del Destino e dalla furia cieca delle passioni. Trovo, però, molto attuale l’eterna aspirazione dei suoi umili protagonisti a una impossibile elevazione sociale, in balia del contrasto tra Bene e Male e del conflitto tra la vita desiderata (alta e spirituale) e quella reale (squallida e orrenda) a cui li costringe il fato. L’opera di Thomas Hardy rivela i sentimenti di un uomo deluso e scoraggiato, che visse sulla sua pelle la crisi di vivere e scrivere a cavallo tra il tramonto del mondo vittoriano e l’alba del Modernismo del Novecento. Anche noi stiamo vivendo una forte crisi di fine e inizio secolo!
Camilleri GMi parli di Camilleri e del suo mondo, la realtà siciliana è davvero come lui la descrive?
Camilleri mi piace tanto per il suo strano dialetto siciliano, italianizzato e personalizzato, che rappresenta nello stanco panorama italiano un’originale innovazione linguistica. Debbo, però, ricordare che qualcosa di simile esisteva già in Verga, che a un certo punto della sua carriera letteraria rimise indietro l’orologio e si riaffacciò al primitivo mondo isolano dell’infanzia, divenendo - come scrisse egli stesso - «un narratore popolare… camaleontico... che assume di volta in volta la maschera di tutti coloro che entrano in scena… e si identifica coi loro pregiudizi e le loro credenze». Egli riuscì a ricreare con successo il primitivo linguaggio degli umili. In un’intervista, Andrea Camilleri ha detto che per lui l’italiano è la lingua della ragione mentre il dialetto è la lingua del cuore; credo che sia così anche per me. La sua realtà siciliana consiste soprattutto nei suoni dialettali straordinari che riempiono i suoi racconti e che stranamente piacciono tanto anche Nord dell’Italia e all’estero! Mi chiedo, con stupita curiosità, in che modo i diversi traduttori riescano a rendere il tipico dialetto siciliano in una lingua straniera. Credo che, purtroppo, a Camilleri abbia nociuto il grande successo editoriale che ne ha fatto un autore di consumo e che ha spinto i critici a considerarlo poco: da sempre, essi credono che il successo di massa non possa coniugarsi con la qualità letteraria.
Il ruolo della letteratura femminile dell’Ottocento, pensa che autrici come Grazia Deledda abbiano fatto molto per l’emancipazione femminile in Italia?deledda
Grazia Deledda è il simbolo della condizione della donna italiana (o meglio isolana) di fine Ottocento. Era nata, infatti, in una Sardegna arretrata ma da un padre commerciante e piccolo proprietario terriero, colto e interessato alla cultura; nonostante tutto ciò, Grazia visse un grande isolamento culturale, riuscendo a completare soltanto gli studi elementari, in obbedienza alle regole del tempo in base alle quali i figli maschi studiavano mentre le figlie femmine si preparavano per un buon matrimonio. Grazia contrastò questi pregiudizi maschilisti con forza di volontà, coraggio e perseveranza, combattendo la sua estrema timidezza e coltivando il suo italiano letterario per quello che avvertiva come un destino ineluttabile: la scrittura. In famiglia fu malvista a causa della sua attività letteraria che aveva suscitato lo scandalo nel chiuso mondo provinciale sardo. Da autodidatta lesse di tutto con voracità, sviluppando una lenta e goffa maturazione intellettuale e costruendo la propria carriera culturale su basi inesistenti. Per sua fortuna, nel 1900, mentre si trovava a Cagliari, non più giovanissima, Grazia conobbe e sposò l’impiegato statale Palmiro Madesani (che fu un marito moderno e illuminato), trasferendosi a Roma dove risiederà per il resto della vita. Questo matrimonio le consentì di uscire finalmente dal culturalismo regionale sardo - da quella romantica sardità che era sì una ricchezza ma anche un limite - e di aprirsi a una letteratura più ricca e più colta. Conquistando fama mondiale e il Nobel per la letteratura nel 1926, la Deledda ci ha dato la dimostrazione di come (nonostante una certa incultura di base) il talento, la tenacia e il carattere - e che carattere! - possono essere in grado di superare tutti i più arcaici pregiudizi e le più bieche convenzioni di provincia.
Il romanzo poliziesco nasce come una costola del romanzo d’appendice dell’ottocento; in un suo articolo lo fa risalire allo scrittore statunitense Edgar Allan Poe che scrisse il primo racconto giallo della letteratura “Il manoscritto in una bottiglia”. Pensa che Poe fosse più dotato come poeta o come narratore?
Trovo che Edgar Allan Poe sia uno scrittore grandissimo sia per la “Storia di Arthur Gordon Pym” che si riallaccia alla tradizione anglosassone del viaggio, sia per i suoi racconti (la storia breve era quella che più amava per la concisa brevità), tutti ispirati alla tradizione popolare del romanzo “Gotico”, che seppe riempire di temi fantastici e bizzarri, di terrore e tormento, di orrore e soprannaturale. Del Poe poeta, conosco poco ma ricordo la bellissima popolare poesia “Annabel Lee”, che rappresenta in modo autobiografico il dramma personale dell’autore (quello della giovane moglie morta di tisi prematuramente). In questa poesia, scritta nel 1849 e pubblicata proprio due giorni dopo il tragico decesso del suo autore, nella forma narrativa di una filastrocca infantile, il poeta pieno di rabbia piange la morte dell’amatissima sposa e canta il ricordo imperituro di questo amore immortale, e senza riuscire ad accettare la separazione, al di là della morte (contro gli angeli e contro i démoni), trasforma la tomba in letto nuziale cercando di raggiungere nella morte l’“amante perduta”.
jane_austen_1Jane Austen una delle più grandi scrittrici europee di tutti i tempi, piena di buon senso, humour inglese e amore per l’indipendenza, “Orgoglio e pregiudizio” che emozioni le ha dato? La sua Elizabeth Bennet in un certo senso è un antesignana di tutte le eroine della narrativa moderna?
Da adolescente mi dilettavo nella lettura di Jane Austen, l’antesignana meno romantica e più nobile della letteratura rosa, e trovavo deliziosi i suoi testi (ho tentato anche di leggere qualche suo romanzo in lingua originale, perché ha una prosa piuttosto semplice ed elementare). In un suo piccolo saggio su Jane Austen, Virginia Woolf riporta su Jane il giudizio di una contemporanea della scrittrice: «la più carina, la più sciocca  e più affettata farfalla in cerca di marito ch’io abbia mai conosciuta»; un’altra amica del suo tempo aveva scritto invece: «Un bello spirito, una disegnatrice di caratteri, che però non parla, è veramente qualcosa che fa paura!». Ci dice ancora la Woolf: «Incantevole ma perpendicolare, amata in casa sua ma temuta dagli estranei, viperina di lingua ma tenera di cuore... questa ragazza di quindici anni, seduta nel suo angoletto privato del salotto comune, non scriveva per far ridere il fratello e le sorelle, cioè per il consumo domestico. Scriveva per tutti, per nessuno, per la nostra epoca, per la sua... La ragazza di quindici anni ride, nel suo angoletto, di tutto il mondo... a quindici anni non si faceva molte illusioni sugli altri, e nessuna su se stessa.». Non si possono esprimere con parole più indovinate la personalità, la vita e l’infelicità di fondo di Jane Austen, e tutto ciò che ha scritto, compreso “Orgoglio e Pregiudizio”, privo di dramma ma avvincente e pieno di acre satira. Le eroine di Jane Austen, compresa Elizabeth Bennet, erano intelligenti, autoironiche e piuttosto indipendenti nel giudizio ma non erano molto moderne, perché erano ancora calate perfettamente nell’ambiente di fine Settecento, ricco di convenzioni che la Austen accettava (e in cui credeva), di pranzi, frivoli balli, e gite in campagna. Bisogna arrivare alla francese Emma Bovary e alla russa Anna Karenina per sentire il soffio della modernità, la crisi e il tormento della donna dell’Ottocento. E bisogna giungere, poi, sino all’americana Jo March, piena di fantasioso talento e di umoristico anticonformismo, in “Piccole donne”, per trovare - dietro l’apparenza di una sdolcinata saga familiare, grondante sentimenti piccolo-borghesi e intenti educativi - nuovi e più moderni comportamenti femminili.
Ritiene la letteratura rosa un genere minore? Perché secondo lei molte donne si vergognano di leggere libri rosa, pensano che sia un segno di debolezza mostrare i sentimenti, che ciò pregiudichi il loro ruolo di donne forti ed emancipate?
Ritengo che il romanzo rosa sia l’umile erede del “romanzo sentimentale”, relegato come genere in un ambito di sottocultura nonostante le vendite altissime in tutto il mondo (di ieri e di oggi). Le giovani donne si sono passati questi libri di generazione in generazione, spesso leggendoli di nascosto e vergognandosene nella consapevolezza di subire una nascosta manipolazione. E’ letteratura di donne per le donne, che si nutre di sogni e che sogni impossibili alimenta, riconoscendo nell’amore il problema femminile prevalente. Nessuna legittimazione è riconosciuta a questa letteratura considerata di serie B dalla critica letteraria; eppure, anche soltanto come fatto sociologico di costume e di consumo questa letteratura alternativa andrebbe valutata. I romanzi rosa, consolatori di una rassegnata situazione femminile, sono forieri di devastanti disillusioni col loro conformismo e le loro trame rigide e ripetitive. I personaggi sono creati su archetipi ormai superati: la protagonista, bella e pura (non sempre intelligente), che si realizza in un virtuoso e conveniente matrimonio; l’antagonista, bella e moderna ma considerata cattiva, che frappone mille ostacoli; l’eroe, prestante e altezzoso (lui sì, intelligente e realizzato) che è un uomo plasmato sul polveroso mito del superuomo dannunziano. Sono appena più moderne le storie di Maria Venturi e Sveva Casati Modignani, che hanno raccolto il testimone da Delly e Liala. Nonostante tutto, ritengo la letteratura rosa un genere degno di attenzione e utile, avendo il merito di avvicinare alla lettura anche un pubblico semplice (leggere è pur sempre un bene per lo sviluppo dei sentimenti umani). Nell’odierna cultura di massa, purtroppo, anche questa lettura è venuta meno, sostituita dalla visione dei “reality show” ove il modello proposto è altrettanto diseducativo: quello di una protagonista sempre molto bella ma non virtuosa né tanto meno intelligente o emancipata. 
In suo articolo cita una poesia di Auden “Funeral blues”, citata nel film inglese “Quattro matrimoni e un funerale” del 1994 durante un’elegia funebre, cosa in questa poesia l’ ha più colpita? k8491
Omosessuale dichiarato, Auden - che sognava una stabilità amorosa impossibile e che ebbe due lunghe relazioni, che furono anche un «gioioso» sodalizio letterario - ha scritto una delle più belle e note poesie sulla fragilità della vita e dell’amore, “Funeral blues”, recitata appunto nel film inglese di Mike Newell durante l’elegia funebre di Charles per la morte dell’eccentrico compagno Gareth: «Fermate tutti gli orologi/isolate il telefono…/portate fuori il feretro…/Lui è morto…/Lui era il mio nord, il mio sud,/il mio est e ovest,/la mia settimana di lavoro/il mio riposo la domenica,/ il mio mezzodì, la mezzanotte,/la mia lingua, il mio canto./Pensavo che l’amore fosse eterno/e avevo torto./Non servono più le stelle,/spegnetele anche tutte, /imballate la luna,/smontate pure il sole…/perché ormai nulla può giovare». La trovo potente e tristissima!
Del gruppo Bloomsbury faceva anche parte lo scrittore Edward Morgan Forster, conosciuto per Casa Howard e Camera con vista, pensa che quella generazione di scrittori inglesi che risiedeva in Toscana e venerava l’arte abbia avuto una giusta visione dell’Italia?
Nella metà dell’Ottocento, Firenze ospitava una vivace e colta comunità anglo-americana, costituita da artisti e letterati che preferivano Firenze a Roma, al tempo infestata dalla malaria e quindi malsana. Molti furono, per esempio, gli intellettuali che gravitarono nella cerchia formatasi attorno ai due poeti vittoriani di successo Robert Browning ed Elizabeth Barrett, tra i quali ricordiamo William Thackeray, Nathaniel Hawthorne, Henry James, e più tardi Edward Forster, i quali tutti s’ispirarono agli stupendi panorami di Firenze. Colpiti dal “virus toscano”, vivevano l’Italia con una consapevolezza particolare e con un punto di vista liberale. A tutti loro dobbiamo il mito imperituro della Toscana, che ancora esiste forte e vivo nel cuore degli anglosassoni.
4560Nabokov autore di Lolita libro da cui fu tratto il film omonimo di Stanley Kubrick sceneggiato dallo stesso Nabokov con James Mason e Sue Lyon pensa sia uno scrittore onesto con i suoi lettori?
In “Lolita” (pubblicato nel 1955 a Parigi per motivi di censura), Nabokov in modo disincantato demoliva miti e tabù sessuali americani con una storia di passione trasgressiva e quasi incestuosa, nella quale forse c’era qualcosa di autobiografico, perché anche lo scrittore (come il protagonista, il professore inglese Humbert Humbert in odore di pedofilia) fu sempre attratto dal «fascino elusivo… dalla grazia torbida» delle giovanissime. Nell’infelice Humbert, si nascondeva ovviamente il lato oscuro di Nabokov! Non so se egli sia stato uno scrittore onesto con i suoi lettori; certamente, era un individuo strambo, un nomade senza casa (visse per anni in albergo) e uno snob bizzarro, affetto da insonnia cronica, che si curava così poco del suo pubblico da dire: «Scrivo per piacere a un solo lettore: me stesso». 
Edith Wharton autrice di romanzi come l’età dell’innocenza, i ragazzi, ha lasciato l’America e il suo perbenismo per trasferirsi in Francia. Il tema dell’esule è comune nella storia della letteratura, lo prenderebbe come spunto per la stesura di un suo romanzo?
Edith Warton fu un’altra americana affascinata dal vecchio mondo, e dal 1906 si trasferì a Parigi ove visse a lungo, ritornando in America soltanto eccezionalmente. Prima donna nella storia a vincere il Pulitzer, diede inizio alla denuncia dei ceti privilegiati americani di fine secolo e dei loro manierismi rituali, in quella New York che si avviava a divenire una grande e caotica metropoli e che vedeva nascere una nuova e spregiudicata élite economica, insopportabile e deprecabile come la precedente. Anche due grandi italiani hanno affrontato il tema dell’esilio: Verga e Pavese.0451527569.01 Alla fine de “I Malavoglia”, Aci Trezza assiste indifferente e impassibile alla  dolorosa partenza di ‘Ntoni che si allontana, sentendosi esiliato per sempre da quel porto di pace costituito dalla casa, dalla famiglia e dal paese. A proposito del concetto di “paese”, all’inizio del romanzo “La luna e i falò”, Pavese ha scritto: «Questo paese... ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo... Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli...». E l’emigrato, andando via, spera di andare verso «un paese più bello e più ricco» e di placare «la rabbia di non essere nessuno» ma, quando finalmente ritorna, comprende che non appartiene più alla casa che ha lasciato perché l’altro mondo lo ha cambiato profondamente. Il tema dell’esule sarebbe certamente di grande interesse per la scrittura di un romanzo; purtroppo, io non ho sufficiente fantasia per scrivere un romanzo! Mi accontento quindi di analizzare e portare alla luce i segreti dei romanzi degli altri.
Nazim Hikmet  uno dei più amati poeti turchi maestro di una poesia lirica e struggente in cui l’amore per libertà e la lotta all’oppressione si traducono in termini semplici e di uso quotidiano. Pensa che la semplicità sia la dote più difficile da possedere per uno scrittore?
Hikmet ha scritto sempre e solo in turco perché voleva essere compreso dai suoi compatrioti; e la sua poesia è un elegiaco canto d’amore che racconta i suoi ideali, la terra natia, la patria adottiva, l’amore e il forte presentimento di morte. Per il poeta in carcere, l’amore è schiavitù e libertà, patria e nostalgia; e l’amore per l’amata è anche amore per il suo popolo («I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi.../verrà un giorno, mia rosa, verrà un giorno/che gli uomini si guarderanno l’un l’altro/fraternamente/con i tuoi occhi, amor mio...». Ignorato dalla critica che egli stesso rifiutava, fu amato dai lettori ai quali gettò un ponte d’amicizia, usando i suoi versi semplici come un mezzo per ridare dignità al suo popolo oppresso. Poesie dLa sua semplicità è piena di fascino e lo scrivere semplicemente è una dote da coltivare, perché è la sola che consente di giungere al cuore dei lettori.
Ha un agente letterario? Per lei è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?
Non ho un agente letterario, perché penso di poter riuscire a gestire tutto da sola (ho un’esperienza più che trentennale di rapporti difficili con revisori implacabili ed editori di tutto il mondo).
Le piace la letteratura russa?
La adoro! Nutro un vero culto per Fiodor Dostoevskij, di cui ho amato “Umiliati e offesi” e “L’idiota”. I suoi grandi temi di pietà sociale, di forza e nobiltà d’animo, di grandezza del sacrificio, e di possibilità di redenzione hanno influenzato il mio sentire e il mio modo di vivere.
Cosa sta leggendo al momento?
Ho al momento nelle mani un ponderoso volume di quasi 700 pagine: “La saga dei Forsyte”, che include i tre romanzi in versione integrale di John Galsworthy, premio Nobel nel 1932, dedicati alla storia di tre generazioni di una rispettabile famiglia di stampo vittoriano che - raggiunta la ricchezza con gli affari - protegge la proprietà, il benessere e i privilegi con tenace senso di clan e con gelosa precauzione. La serie ha costituito l’alternativa inglese ai “Buddenbrooks” di Thomas Mann. Potrebbe sembrare un mattone, è invece una lettura di grande fascino e soddisfazione!
Legge i quotidiani ogni mattina, le piace il giornalismo?
Sono abbonata al mio quotidiano cittadino “La Sicilia”, e saltuariamente leggo “La Repubblica” e “L’Espresso”. Amo il giornalismo che mi ha permesso di dare una svolta alla mia vita, rendendola molto diversa ma intellettualmente più ricca e piena di soddisfazioni.
Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?
Credo che sia una domanda difficilissima a cui sia impossibile rispondere, perché si tratta di un’alchimia complessa e imponderabile, che spesso sfugge al controllo dello stesso scrittore. Il buon scrittore dovrebbe avere un progetto narrativo interessante e saper mettere a contatto il lettore col mondo degli altri: raccontando la vita e le passioni, egli dovrebbe raccontare la nostra vita e le nostre passioni, abbracciando una moltitudine di sentimenti e rappresentandoli con sensibilità. Egli deve saper adoperare parole dense di significato e valenza universale e deve fare un uso esperto e sapiente di tutti gli strumenti letterari.
Ha relazioni d’amicizia con altri scrittori?
No, se si prescinde dai colleghi accademici, autori di libri scientifici. Ho conosciuto bene, però, un grande uomo, poeta-scrittore di altissimo livello, Antonio Corsaro: era un sacerdote ed è stato il mio professore di lettere al liceo (un liceo religioso femminile). Egli ha guidato noi allieve nel conoscere la letteratura moderna; ci ha portato alle mostre di pittura; ci ha condotto per mano al “Piccolo Teatro” di Catania (nella cui produzione era coinvolto), facendoci conoscere e capire, nei lontani anni ‘60, il quasi sconosciuto teatro d’avanguardia di Ionesco, Brecht, Beckett, Pinter, etc. Tra l’altro, egli ha anche celebrato il mio fortunatissimo matrimonio! 
Quali sono i suoi scrittori preferiti?
Mi piacciono tutti i grandi classici, indistintamente; tra i più moderni, prediligo Virginia Woolf, Thornton Wilder, Thomas Mann, Hermann Hesse, Isabel Allende, Arundathi Roy, José Saramago, Gabriel Garcia Màrquez, e molti altri ancora. 
Quale opera teatrale di Shakespeare preferisce?
Mi piace “Romeo e Giulietta”, così piena di quella passione che supera qualsiasi riserbo e ostacolo, che non consente a nulla e a nessuno di interferire, e che non teme neanche la morte. Mi piacciono però anche i suoi sonetti (li ho anche tradotti per una raccolta antologica in preparazione), che costituiscono senz’altro il più importante Canzoniere inglese vicino ai nostri gusti e alla nostra sensibilità; essi furono dedicati in parte a un “biondo amico (fair friend)” giovane e bello (probabilmente l’amico e mecenate conte di Southampton, e questo ha fatto nascere le voci di una presunta omosessualità di Shakespeare), e in parte a un’amica misteriosa e volubile, la “dama bruna (dark lady)”.  
Quali consigli darebbe ad un giovane scrittore all’inizio della sua carriera?
Sono ancora troppo inesperta per dare consigli. Una cosa mi sembra però importante: l’autenticità, che è il solo ingrediente capace di conferire al testo il tono della verità. Molta letteratura italiana moderna ha una falsità di toni e un’artificiosità di costruzione che mi dà fastidio.
E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro di narrativa? Che differenza c’è tra l’editoria scientifica e l’editoria divulgativa?
Non è stato molto difficile, perché ho avuto la fortuna di intercettare una casa editrice seria e autorevole (la Mursia), che da anni è interessata al mondo canino con la serie di libri dedicata al cane “ArCANI”. Esistono comunque profonde differenze tra l’editoria scientifica e quella divulgativa. Nella prima, ci sono rispetto e considerazione per l’autore, che viene informato con sollecitudine quando la casa editrice ha ricevuto il manoscritto e quando è stata effettuata la valutazione; inoltre, l’intrusione nel testo è minima (si fidano dell’autore e a lui si affidano!) e i tempi di pubblicazione abbastanza brevi. Nell’editoria divulgativa, invece, l’autore è allo sbando e riceve qualche informazione soltanto in caso positivo, mentre un piccolo riscontro via e-mail con un piccolo formale testo precostituito non sarebbe poi tutta questa grande fatica e toglierebbe dall’ansia l’autore. Anche il rispetto per il testo è inferiore, per non parlare dei tempi di pubblicazione che sono molto più lunghi.  
I suoi libri sono tradotti anche in altre lingue? Lo fa personalmente o si affianca a traduttori professionisti?
Ho pubblicato in lingua inglese soltanto i libri scientifici, che vengono scritti da me direttamente in inglese.
Cosa pensa del fenomeno dei ghost writers? Le è mai successo di sentirsi proporre di scrivere per conto d’altri?
Non ho nessuna esperienza in proposito ma in ambito universitario esiste l’abitudine inveterata di inserire il nome del figlio del barone universitario nei lavori degli altri: ci sono neolaureati figli di papà, che hanno centinaia di lavori scientifici di cui non sanno nulla. Mi sono sempre opposta a questa pratica indegna e immorale, pagandone lo scotto: sono stata nota e premiata all’estero, oscurata in Italia.
“Cani scritti”,  il migliore amico dell'uomo nelle più belle pagine della letteratura mondiale. La pet therapy trova impieghi mirati nella cura di diverse malattie, lei pensa che le malattie nascano prima nell’anima che nel corpo?
Le malattie psicosomatiche certamente nascono prima nell’anima che nel corpo. Le malattie organiche evolvono invece a prescindere dell’aspetto psicologico; le reazioni psichiche individuali possono però interferire sull’andamento dello stato patologico, attraverso un impegno più attivo nella lotta contro la malattia e attraverso un aumento dei poteri di difesa indotto da un atteggiamento di positività. La pet therapy oggi è considerata un buon ausilio nella cura di molte malattie dell’anziano, quali la depressione nervosa e l’ipertensione arteriosa (è stato dimostrato che carezzare un animale riduce i valori della pressione arteriosa).

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categoria:silvia iannello
venerdì, 18 aprile 2008

ManuepiccoliGiornalista professionista e appassionata fotografa, ha scritto per più testate della stampa ticinese e ha collaborato con "Il Giornale" di Milano, come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Attualmente lavora nella redazione del settimanale d'approfondimento "Azione" e produce servizi fotografici e giornalistici anche come free lance. Il suo libro d'esordio è stato "L'angelo apprendista" (2005), quindi ha pubblicato "Un caffè a Kathmandu" (2006), mentre il suo ultimo prodotto editoriale è "Un gigolo in doppiopetto" (2007).

Com’è nato in te l’amore per la scrittura?
Non è l’amore per la scrittura ad essere nato in me, sono io ad essere nata con l’amore per la scrittura: fra diari, pensieri lasciati a mozzichi su foglietti, paginate di romanzi appena iniziati già da ragazzina, tanto per far ordine in storie quotidiane, fogli su fogli scribacchiati con appunti di riflessioni, che mi divertivo a trascrivere per organizzarle e trovare così una risposta a tante domande che mi ponevo da sola, ho decine di centimetri di carta scritta solo per l’amore che ho per la scrittura.
Giornalista professionista, viaggiatrice, fotografa, scrittrice come concili i tuoi molteplici interessi?
A dire il vero queste quattro attività sono molto legate l’una all’altra e quindi è molto facile conciliarle, anzi, sono convinta che l’una sia una condizione per far sopravvivere l’altra e viceversa. Il problema in questo caso, quindi, non sussiste, mentre è altrettanto vero che più aumenta la passione per il mio lavoro e più è difficile conciliare gli impegni con altri interessi. E in particolare mi riferisco a una passione sportiva che fino a una decina di anni fa si trovava al primo posto nella mia vita.
Raccontami dei tuoi studi di giornalismo, come hai iniziato, quali sono stati i tuoi maestri?
L’elenco di “studi e maestri” a un giornalista servono per fornire delle credenziali, giusto? Ebbene io non ho credenziali da vantare; sono una giornalista atipica, perché a differenza della maggior parte dei miei colleghi, e di certo a differenza di tutti i colleghi che conosco della mia generazione, sono riuscita – seppure attraverso una gavetta degna di questo nome – a guadagnarmi l’iscrizione nel registro professionale senza avere titoli di studio superiori, ma solo per determinate doti che i miei “maestri” mi hanno riconosciuto. Oggi ci sono molti laureati che finiscono a fare i giornalisti come attività di ripiego, spesso per il fatto che non riescono a trovare un’occupazione come professori; io invece ho lottato proprio per riuscire a ritagliarmi uno spazio in questo mondo che corrispondeva ai miei sogni.
Cosa ne pensi del giornalismo spettacolo che fa dei giornalisti delle star sul modello americano di intrattenimento?
Associo il giornalismo spettacolo da intrattenimento solo al gossip, quindi dovrei esprimere un giudizio su questa espressione giornalistica più che sulla tendenza televisiva. E a tal proposito mi sento di dire solo che non rientra nel mio genere preferito.
Hai fatto la gavetta per diventare giornalista: ricordi un episodio bizzarro?
Più che bizzarro ricordo un paio di episodi che da subito mi fecero capire che avevo scelto la mia strada. La prima riguarda il fatto che sin dall’inizio mi è capitato di trovarmi spesso nel posto giusto al momento giusto. Ad esempio la prima volta che misi piede in una redazione con un contratto (temporaneo ovviamente) mi sono ritrovata in mezzo a una bella emergenza: un’esondazione storica che ci costrinse per un paio di settimane a recarci in redazione con le barche, per riuscire a documentare quell’immensa ondata di notizie. Un’altra volta invece mi ritrovai, non ancora praticante, con un collega che invece praticante almeno lo era, di domenica, da soli a dover scrivere una pagina di cronaca locale e due pagine speciali per un omicidio avvenuto proprio nella nostra città. Finimmo di scrivere a mezzanotte e per la grande soddisfazione dalla nostra redazione ci recammo direttamente nella città in cui veniva stampato il giornale per poter assaporare il piacere di vedere il risultato del nostro faticoso lavoro direttamente dalle prime copie del quotidiano ancora fresco d’inchiostro. E il direttore che ci incontrò per i corridoi vedendo i “due di Locarno” prima di complimentarsi con noi ci disse: “A eccoli i due rintronati di Locarno. Guardate qui: avete scritto in un titolino Preventino invece di Preventivo…”. Ci rimanemmo malissimo, se non fosse che subito dopo stappò una bottiglia di spumante per festeggiare il bel servizio.
Consiglieresti a giovani italiani di trasferirsi nel Ticino?
Per farci un giretto turistico, certamente. Per cercare lavoro, oggi, no. Purtroppo dal 1995 ha preso il via un processo (legato anche alle questioni relative all’Europa Unita e quindi agli accordi bilaterali) che ha messo in ginocchio l’economia locale, in Ticino ancor di più che nel resto della Svizzera. Purtroppo molti non riescono a trovare lavoro. Tant’è che è aumentata la disoccupazione, e ancor di più sono cresciuti i casi sociali, ma soprattutto sono aumentati i disabili per problemi psichici intesi come depressioni per perdita di lavoro, fallimenti e situazioni economiche sempre più precarie. In altre parole presto, almeno nel nord d’Italia, si potrebbe assistere più probabilmente a un’inversione di tendenza: saremo noi, svizzeri, a diventare transfrontalieri e pendolari. D’altronde l’euro si è rafforzato molto e potrebbe diventare quindi interessante anche da un punto di vista salariale.
Sarai presente alla Fiera del Libro di Torino dal 8 al 12 maggio?
Mi piacerebbe farci un giro, quindi molto probabilmente sì. Mi sto organizzando per ritagliarmi una giornata intera per la trasferta.
Che libro stai leggendo al momento?
Libro? Ops, direi libri. Ecco l’elenco: “Elogio della disciplina” di Bernhard Bueb; “Lo hobbit” di John Tolkien; “Tutto Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle; “Intelligenza sociale” di Daniel Goleman; “Don Chisciotte della Mancha” di Miguel de Cervantes; “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky; un vecchio libretto di racconti di Luigi Pirandello, di cui in questo momento non ricordo il titolo, “El principe de la niebla” di Carlos Ruiz Zafon in spagnolo e... mi sembrano tutti, forse.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti?
Non ho uno scrittore preferito. Mi piace variare, anche se delle predilezioni le ho: mi piacciono i classici, ma anche le storielle happy-end, amo i gialli, ma non sopporto quelli ad alta tensione (troppo sensibile, ahimé), non amo molto le biografie, mentre adoro i saggi a sfondo psicologico o filosofico. Non ho mai letto un vero fantasy (Lo Hobbit è il primo), ma adoro i libri d’avventura.
Cosa pensi del filone New Age?
In realtà non lo amo molto (anche se mi sono piaciuti ad esempio libri come “La profezia di Celestino” & Co). Ed è un fatto strano se si pensa che il mio primo libro (L’angelo apprendista) è stato etichettato proprio come “spirituale” e “new age”. Detto tra noi forse non è stato capito interamente. Ma non importa: una volta scritto e pubblicato, un libro diventa di proprietà dei lettori, quindi...
ApeironlogoParlami dell’associazione Apeiron.
È un’associazione non governativa che ho avuto modo di conoscere attraverso il suo fondatore, Sauro Somigli, maestro di karate che ho seguito anche in un’esperienza diretta come attivista in Nepal. È grazie a lui, e ad Apeiron, che ho avuto lo spunto di scrivere “Un caffè a Kathmandu”, di cui il 50% degli incassi dalle vendite viene devoluto proprio a favore dei progetti di Apeiron, che si occupa anche del recupero dei bambini di strada.
Sei stata in Nepal, che divario c’è tra il Nepal turistico e quello di tutti i giorni con la realtà dei bambini di strada?
Enorme. A volte mi sorprende chiacchierare con chi il Nepal l’ha conosciuto turisticamente. Anche perché in genere chi si reca a Kathmandu lo fa solo per pochi giorni, il tempo di organizzare la spedizione verso le vette: il Nepal qui, in Europa, infatti, è sinonimo di patria delle nevi eterne, aria pulita e acqua cristallina, che poco hanno da spartire con la povertà dei bambini di strada, l’inquinamento della città, la sporcizia e i pidocchi...
Fai ricerche sul campo? Come ti documenti per i tuoi libri?
Anzitutto dipende dal libro. Per il primo non ho dovuto fare nessuna ricerca. Per “Un caffè a Kathmandu” invece, come detto, ho avuto modo di toccare con mano quella realtà che ho poi descritto, sebbene nomi e termini locali sono stati attentamente ripresi da una carta geografica. Per “Un gigolo in doppiopetto”, invece, mi sono basata su un servizio giornalistico e quindi mi sono “documentata” attraverso interviste e dati statistici reali per descrivere il fenomeno: d’altronde prima di essere romanzo è un reportage narrativo. Ma se potessi avere a disposizione settimane di trenta giorni dedicherei molto più tempo per documentarmi: sono certa che il successo di alcuni scrittori si celi proprio dietro la possibilità di dedicare molti mesi a documentarsi prima di iniziare a scrivere... Un sogno che per ora non mi è possibile realizzare.
Hai lavorato come fotografa per la rivista "Il nostro paese" della Società ticinese per l’arte e la natura, com’è una redazione giornalistica dal suo interno?
Lavoro tuttora per questa rivista, ma solo come freelance, mentre l’esperienza in redazione l’ho maturata dalla gavetta fino ad oggi, che lavoro con contratto per il settimanale Azione: mi reco in redazione tre giorni alla settimana. Che dire? È decisamente più divertente fare la reporter in giro per il mondo. Tuttavia mi piace vivere questa professione a 360 gradi.
schizzosenzacaffettieraHai partecipato al progetto “Un libro in aiuto” collana a scopo benefico della casa editrice romana Progetto Cultura 2003, che devolve parte dei proventi in beneficenza. Credi molto nell’editoria solidale?
Sì, ci credo molto. Credo che sia un buon mezzo per raccogliere fondi e credo che sia fondamentale per divulgare il messaggio per cui è importante contribuire attivamente a certi progetti. In altre parole credo che sia l’unico vero modo per ottenere una triplice azione: recupero di fondi, sensibilizzazione al problema, e la durata nel tempo di questi intenti.
Nel 2003, in un articolo comparso sul quotidiano "Il Giornale", un giovane ex gigolo ticinese raccontò delle sue esperienze, ne hai fatto un libro di denuncia, come è stato scrivere un libro in cui i personaggi non erano di fantasia ma reali?
In questo caso specifico è stata un’operazione delicata perché non potevo discostarmi troppo dalla realtà, ma allo stesso tempo dovevo rendere i personaggi irriconoscibili per proteggere la loro identità che è rimasta anonima. Di proposito quindi ho evitato di caratterizzare troppo tutti i protagonisti del reportage, concentrandomi maggiormente sul personaggio principale.
Hai un atteggiamento critico nella questione delle adozioni a distanza, perché?
Per due motivi sostanziali. Il primo riguarda il comportamento di alcune organizzazioni. Ho potuto appurare il danno che può venir fatto a un bambino di strada quando l’adozione a distanza cessa per motivi diversi. Se un bambino di strada vive e cresce per strada, conoscendone le regole, potrebbe rischiare di cavarsela. Ma se viene a un certo punto tolto dalla strada e dato in adozione a distanza, imparerà a vestirsi, a lavarsi e “persino” a mangiare tre volte al giorno. A volte però capita che il “padre adottivo” cessi di inviare il contributo di adozione perché non ce la fa più, o per altri motivi. Ebbene, in certe organizzazioni, questi bambini vengono rimessi in strada... Il secondo motivo è il fatto che l’adozione a distanza è diventata così di moda che ormai la pubblicizzano anche in televisione come se i bambini fossero merce in vendita.
Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers sei mai stata tentata di scrivere per autori famosi?
In Ticino quando si parla di ghost writers si intende definire chi scrive al posto di personalità politiche. Ebbene, ammetto di essere stata per un periodo anche una ghost writer, ma solo per il fatto che in fondo potevo comunque dire quel che pensavo: diciamo che ero in linea con le idee della persona che “aiutavo”. Non avrei mai accettato di esprimere idee che non rientrassero nei miei principi. Tuttavia trovo parecchio vergognoso (non per il ghost writers, che perde solo l’occasione di autodeterminarsi) che uno scrittore spacci per suo anche solo una frase non originata dalla sua mente.
Kathmandu1Quali sono i tuoi maestri letterari?
Non mi ispiro a nessuno in particolare, o meglio: c’è da imparare da tutti.
In Svizzera la conoscenza delle lingue è d’obbligo quante lingue conosci?
Purtroppo non quelle che servirebbero in Svizzera. Da noi sarebbe utile sapere bene il francese e il tedesco, mentre io me la cavo con lo spagnolo e l’inglese. Certo, il francese lo capisco: ma scriverlo è tutt’altra cosa.
Che consigli daresti a un giovane autore non ancora pubblicato? Di insistere, comunque e in ogni caso. Anche se ovviamente bisogna cercare di capire il motivo per cui non è stato pubblicato. Se è certo e convinto di aver fatto un buon lavoro, se ha fatto leggere la bozza almeno a quattro o cinque persone e il giudizio è risultato positivo, se ci crede davvero... allora devo assolutamente continuare la ricerca: avete idea di quanti editori ci sono?
Ti urta essere definita scrittrice emergente dopo tanti anni di lavoro per la carta stampata?
Sono poi solo una decina di anni che faccio la giornalista. Comunque no, non mi urta. O meglio diciamo che mi urtano tutte le definizioni che generalizzano, però questa non mi infastidisce più di tante altre.
Tra i tuoi libri qual è stato più difficile scrivere?
Sicuramente “Un gigolo in doppiopetto”, però è anche quello che finora mi ha dato più soddisfazione a prodotto finito.
Hai un agente letterario? No, mai avuto.
Stai lavorando a qualche nuovo libro?
Sì. Ho finito qualche mese fa di scrivere un’avventura per ragazzi che al momento è... in cerca di editore. Finora è stato il libro che mi è piaciuto di più scrivere.
Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Sì, ho tre o quattro amicizie nell’ambiente... è bello condividere una passione comune.
Ti piacerebbe fare un photoreportage in Cina?
Assolutamente sì, e prima che cambi troppo volto, anche se credo di essere già in ritardo...
L’editore rifiuta di pubblicare un tuo libro e tu crei la tua casa editrice, come è il mondo dell’editoria visto da chi la fa ?
Beh, non è proprio così. “Un gigolo in doppiopetto” non solo non è stato rifiutato, ma era addirittura riuscito a ottenere un contratto di pubblicazione molto interessante e vantaggioso... Solo che da buona svizzerotta certi comportamenti poco chiari, slittamenti di date e promesse non del tutto mantenute, mi hanno disturbato molto portandomi infine a rompere il contratto. Ormai però avevo già avvisato la stampa dell’imminente uscita del libro. Così in un mese ho fondato la mia casa editrice, mi sono fatta aiutare da un paio di amici per l’editing e sono andata in stampa... In fondo, dopo la pubblicazione, quel che ho fatto per il “Gigolo”, non è tanto diverso da quel che ho fatto per i primi due... Fin quando si rimane nella piccola editoria l’autore deve giocoforza impegnarsi molto per farsi conoscere.
I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?
Purtroppo no: vorrei tanto tradurre “Un gigolo in doppiopetto” in tedesco, perché credo che potrebbe ritagliarsi un buon mercato in Svizzera interna... ma una traduzione costa troppo.
Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?
Non tutti i libri, ma, sì, penso che alcuni libri possano farlo.
Sito personale dell'autrice: http://photo-mama.splinder.com/

Sito: Apeiron http://www.apeiron-aid.org/
Sito Casa editrice http://www.progettocultura.it/

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giovedì, 17 aprile 2008

Lorenzo Mazzoni

Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda

mazzoni_200.jpg


pagine 384
euro 15,00
genere: Narrativa italiana
pubblicato: 2008
ISBN 978-88-7371-397-5

http://www.robinedizioni.it/

http://lorenzomazzoni.splinder.com/

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giovedì, 17 aprile 2008

homeQueste sono pagine pesanti. Non scivolano via come fogli pieni di parole in successione, ammucchiate per esprimere concetti vaghi ed astratti. Dentro al libro di Stefano Lorenzetto si respira la vita. E la morte. E ancora la speranza. Un'appassionante testimonianza della quotidianità tra angosce e sofferenze vissute e raccontate da una penna brillante, esperta ma soprattutto protagonista di un viaggio profondo, quello dell'anima.

Ha scritto un libro carico di emozioni. Si esce provati dopo aver scritte pagine così dense di significato?

Provati, ma anche sollevati. È come aver messo un punto fermo nella propria vita. Incontri queste persone, raccogli le loro testimonianze di dolore ma anche di speranza e spesso finisci per piangere con loro. Come mi disse il grande chirurgo Vittorio Staudacher qualche anno prima di morire, «siamo dentro la moltitudine di uomini che abitano la Terra: come si fa a non partecipare al pathos universale? Ecco perché l’individuo non starà mai bene. Dovrei essere privo di sensibilità per non pensare a tutti i miei simili che patiscono». Ma alla fine arrivi alla conclusione che l’uomo, quest’uomo mortale, è fatto per l’eternità.

Affronta i temi ultimi, dalla vita alla morte passando per un’inevitabile sofferenza umana. La devozione è il rimedio a questi mali?

Se per devozione intendiamo la dipendenza verso la divinità, com’è nel significato della parola,  senz’altro. Negli ultimi nove anni ho incontrato 400 italiani normali, che fanno grandi o piccole cose. I più felici erano quelli che credevano in qualcosa.

L’eutanasia ha fatto discutere molto sul caso Welby e provocherà ancora accese tensioni tra Stato e Chiesa. Un suo parere.
Eutanasia è una contraddizione semantica. La morte non può essere né dolce né buona. Comunque mi affido ai medici. Ho molta fiducia nella loro professionalità e nella loro umanità. Non credo che possa esistere un medico capace di tradire il malato proprio nell’ora suprema. Mi rimetto alla loro scienza e alla loro coscienza. Se salgo su un aereo che deve portarmi a New York, non entro in cabina a dare istruzioni al pilota. Mi fido di lui. Anche quando avverto qualche turbolenza, non ho paura: so che sta lavorando al meglio per il mio bene, non per il mio male.
Ha raccontato storie di tutti i giorni, di uomini comuni che muoiono o continuano a vivere felici di farlo. Si è parlato di un suo inno alla vita. E’ questo lo scopo del libro?
Una volta Enzo Biagi mi ha detto: «Ho amato tanto la vita, ma non ho ancora capito cos’è». Mi associo. La vita è bellissima. Solo che spesso te ne accorgi in ritardo, quando sta per finire.
La filosofia del vivere secondo il “carpe diem” aiuta a cogliere il vero senso della vita?

Di ogni giorno sono più portato a cogliere gli affanni che le gioie. Come tutti, credo. Quindi fatico a comprendere chi pensa che la felicità consista nel vivere alla giornata. È preferibile la mestizia al riso, perché sotto un triste aspetto il cuore è felice, insegna nella sua dolente saggezza Qoèlet. Giuliano Ferrara, solo leggendomi, è giunto alla conclusione che questa mia ricerca della tristezza e delle sue ragioni pascaliane sia segno di tenero e anche allegro pessimismo. Non è soltanto un grande giornalista, ma anche un fine psicologo.

La morte. Incombente, temuta, celata: in ogni modo punto di fine. Come ha metabolizzato questo suo concetto prima e dopo la stesura del testo?
Come scrivo nell’introduzione di “Vita morte miracoli”, la morte è un pensiero fisso, che mi tiene compagnia fin da quand’ero bambino. Non avevo idea del perché il mio brano prediletto di musica classica, quello di cui non mi stanco mai, fosse l’Arioso dalla Cantata BWV 156 di Johann Sebastian Bach. Poi, di recente, un amico organista che insegna al conservatorio, mi ha spiegato che il grande di Eisenach lo intitolò Ich steh’ mit einem Fuß im Grabe (Sono già con un piede nella fossa), e tutto mi è stato chiaro. Mi sono fatto consegnare lo spartito. Tenore e soprano duettano: «Sono già con un piede nella fossa»; «Fa’ di me, o Dio, secondo la tua bontà»; «Presto il mio corpo malato vi cadrà»; «Aiutami nel mio dolore»; «Vieni, mio Dio, se lo vuoi»; «Ciò che ti chiedo, non negarmelo»; «Ho già dato disposizioni per le mie proprietà»; «Quando la mia anima dovrà partire prendila, Signore, nelle tue mani»; «Ma rendi beata la mia fine». Ho anche un debito di riconoscenza con la morte. Se ho abbracciato questo mestiere, lo devo a un coccodrillo, come lo chiamiamo in gergo noi giornalisti, che scrissi a 14 anni.
E ancora, siccome la morte è parte integrante della vita in quanto sopraggiunge in essa, che rapporto si deve avere con questa?

La vita è la naturale evoluzione dell’organismo umano verso la morte. Non è che si deve avere un rapporto: il rapporto è nei fatti, nella nostra stessa natura. L’importante è saperlo vedere dal lato giusto. Mi ha scritto proprio oggi un mio lettore che fa l’ingegnere in Africa: «Ciò che il bruco chiama morte, la farfalla chiama vita».

Nel finale dell’introduzione lei recita così: “Se invece fossimo riusciti solo a turbarvi, credete: s’è fatto proprio apposta”. Secondo lei c’è poca attenzione della gente verso chi soffre? Ci si ricorda solo quando la sofferenza ci colpisce direttamente?

Mi riferivo al fatto che questo libro voleva avere, almeno nelle mie intenzioni, un forte significato apologetico e quindi riporta verità scomode, scandalose, negate o taciute, politicamente scorrettissime. Che turbano, appunto. Si stanno combinando immondi pastrocchi lungo la frontiera tra la vita e la morte. Da una parte abbiamo sovvertito la definizione stessa di morte riportata dai dizionari, accreditando il discutibile concetto di “morte cerebrale” decretata per legge, quando invece è di solare evidenza che per il buon senso comune la morte si identifica con l’interruzione contemporanea e definitiva delle due funzioni vitali, cardiocircolatoria e respiratoria. Dall’altra pretendiamo di fabbricare la vita in vitro. Non vogliamo il mais e i pomodori Ogm sugli scaffali dei supermercati, però accettiamo figli geneticamente modificati.

Foto: www.marsilio.it

:: Stefano Lorenzetto è editorialista del «Giornale», dov’è stato vicedirettore vicario di Vittorio Feltri, e collaboratore di «Panorama». Scrive anche per altre testate. Ha pubblicato Fatti in casa, Dimenticati (premio Estense), Italiani per bene, Tipi italiani e Dizionario del buon senso. Come autore televisivo ha realizzato Internet café per Rai Educational. Ha vinto il premio Saint-Vincent di giornalismo. Il suo sito internet è www.stefanolorenzetto.it

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mercoledì, 16 aprile 2008

4xjParlami della tua esperienza di scrittore:  come è nato il romanzo "Il posto libero" edito da Aletti Editore.

“Il posto libero” nasce un po’ dal caso. Una sera mi capitò di prendere l’autobus per tornare a casa, circostanza per me eccezionale, e guardandomi intorno cominciai a provare un forte senso di alienazione e di malessere: non tolleravo la costrizione di dover condividere il tempo e lo spazio con persone a me estranee, tutte accalcate in un piccolo ed angusto spazio. Il giorno seguente buttai giù una breve descrizione di quel viaggio, estremizzando le sensazioni provate e trasformando l’autobus in un treno metropolitano. Subito dopo provai ad inserire un evento; ed ecco che senza aver preventivato nulla, del tutto inconsapevolmente, avevo concepito Andrea, il mio tormentato protagonista.

La copertina del libro è del grafico Emanuele Iacomini, lo conosci personalmente?

Si, ci conosciamo dall’infanzia, tra noi c’è reciproca stima e profondo affetto. Ho sempre apprezzato le sue capacità stilistiche, e in modo particolare la creatività e la simbologia dei suoi lavori. Per realizzare la copertina pensai subito a lui; gli spiegai il messaggio da rendere ma evitai di fargli leggere la bozza del libro: non volevo condizionarlo; l’immagine in copertina doveva essere autonoma rispetto al romanzo.

Vedo che internet è importante nel tuo lavoro. Che tipo di blogger sei?

“Il posto libero” è il mio primo blog. L’idea è nata per dare un po’ di visibilità al romanzo, ma con il tempo ho preso a scrivere anche di altro. Il blog lo vivo come un mezzo di comunicazione, che utilizzo per condividere pensieri e opinioni. E provo piacere ad immaginare che altre persone, anche lontane e sconosciute, possano ritrovarsi in quello che scrivo.

Oltre che scrittore sei anche un neo-avvocato, parlami della tua tesi di laurea : quanto tempo ci hai impiegato, che difficoltà hai incontrato, pensi di pubblicarla su siti come http://www.tesionline.it?

La tesi di laurea è un ricordo ormai lontano (era il 2002). La preparai in meno di un anno. Ho avuto come relatore un ottimo professore, che non mi ha creato difficoltà. Non ho mai pensato di pubblicare la mia tesi, e sinceramente l’idea non mi entusiasma: preferisco custodirla nel cassetto dei ricordi.

Scrittura e arti visive che ruolo hanno nella tua vita di artista?

Il mio debole è sicuramente il cinema. Nel 2004 ho collaborato alla realizzazione di un film come assistente alla regia ed ho scritto e diretto “Il silenzio”, un quasi-lungometraggio (44 minuti). Alla scrittura creativa mi sono quindi avvicinato con la sceneggiatura. E’ per questo che il mio stile di scrittura ha una forte impostazione cinematografica.

Cosa pensi del rapporto mass media e letteratura.

Ritengo che i mass media prediligano le priorità dell’utente-medio, tra le cui passioni, di sicuro, non primeggia la letteratura. Molto spazio, nel nostro paese, è dedicato ai reality, al calcio, ai pettegolezzi, ecc., e le trasmissioni televisive di carattere culturale vanno in onda sempre la notte, molto tardi.

Saresti favorevole ad una rete televisiva monotematica che si occupasse solo di letteratura fatta da scrittori e indirizzata a scrittori?

Io di sicuro sarei interessato. L’importante è che si dia spazio anche agli scrittori emergenti…

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Guy de Maupassant anzitutto, poi Dostoevskij, Kafka ed E. A. Poe.

Che libro stai leggendo al momento?

Al momento nessuno, ma ne ho parecchi in attesa…

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

Più di ogni cosa mi piace scavare nell’interiorità dei personaggi. Le storie che scrivo ruotano sempre intorno ad un protagonista complesso, la cui costituzione è basata su un contrasto di valori positivi-negativi. A mio modo di vedere, solo la contraddizione e il dualismo sono in grado di accendere la curiosità umana: le persone coerenti, razionali, io le trovo piatte, noiose, maledettamente prevedibili. Il mio protagonista è sempre un tipo disturbato e complesso. E’ un sensibile ed un immorale allo stesso tempo. Nelle sue azioni, a volte, si legge il cinismo, la vigliaccheria, mentre in altre si colgono generosità e coraggio. Posso dire che la contrapposizione è uno dei pilastri su cui si fonda il mio stile di scrittura.

Un’ aforisma, la frase di una canzone, un proverbio che ti è caro.

Volere è potere.

Che consigli daresti ad un giovane autore non ancora pubblicato?

Gli consiglierei di scegliere con attenzione l’editore a cui proporre il proprio lavoro, perché in giro ci sono tante persone che mangiano con le speranze dei giovani esordienti. E soprattutto gli direi di non lasciarsi ingannare da alcuni editori specializzati nella pubblicazione degli inediti, che attraverso lodi e complimenti roboanti illudono gli autori inesperti, per poi spillargli un mucchio di soldi.

Riguardo alle case editrici che pubblicano a pagamento cosa ne pensi, considerato che anche Moravia pubblicò a pagamento ai suoi esordi?

Penso che un contributo moderato può anche andare, se a fronte di ciò vi è un minimo impegno dell’editore a fare qualcosa di buono per il libro e per il suo autore.

A gennaio presso la libreria Gremese di Roma c’è stata la presentazione del tuo libro  con un’ introduzione del  giornalista Riccardo Loria che bilancio hai tratto da questa esperienza?

E’ stato un evento importante per me, la mia prima presentazione. Ero emozionato: presentando il libro, in fondo, ho dovuto parlare di me, e non era facile. Ma tutto è andato alla grande, ci sono state anche delle parentesi di ironia che hanno contribuito a rendere il clima piacevole ed informale.

Il rapporto tra autori e lettori è per te importante magari creando rapporti più stretti di stima ed amicizia, cosa pensi di fare in tal senso?

L’autore, come ogni artista, ha il duro compito di “catturare” i suoi “fans”. Questi ultimi, dal canto loro, seguono i loro autori preferiti qualsiasi cosa si mettano a scrivere. I due mondi nascono separati e così debbono restare. Se fosse altrimenti l’autore perderebbe l’indipendenza e l’originalità, e i lettori ne uscirebbero altrettanto danneggiati.

Come ti documenti per i tuoi libri?

Utilizzo molto l’esperienza personale. Cerco di scrivere ciò che conosco meglio, e dove la mia conoscenza non arriva, allora “sfrutto” l’esperienza di altre persone, oppure mi documento con ogni mezzo, Internet compreso.

Scriveresti sceneggiature per il cinema o la televisione?

Mi piacerebbe molto. Il lavoro tuttavia diventerebbe più impegnativo, e non so se a quel punto riuscirei a conciliare la passione per la scrittura con la mia professione.

Hai un agente letterario?

No.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

No, per preparare l’esame di stato ho dovuto “congelare” la mia ispirazione. Ma adesso che ho ritrovato un po’ di tempo libero, le porte della mia immaginazione si sono di nuovo aperte. In ogni caso scriverò altre storie soltanto quando avvertirò il bisogno di comunicare qualcosa.

Una domanda tecnica: scrivi molte stesure e correzioni o hai uno stile più spontaneo?

Il principio dei miei scritti sono affidati all’istinto. Quando prende corpo la storia, però, mi fermo e dedico tutto alla struttura, cercando di ottenere un lavoro “razionale”, coerente, senza buchi. Correggo molto, ma le correzioni riguardano sempre la forma, mai la sostanza, che ad un certo punto, nel mio lavoro, diviene immutabile.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Qualcuno da cui hai imparato molto e vorresti ringraziare?

Il blog e i siti letterari danno l’opportunità di mettersi in contatto con altri scrittori.. così ho conosciuto Laura Tufilli, che saluto affettuosamente.

 

:: Profilo: Nato a Roma nel 1977 si laurea in Giurisprudenza nel 2003 all'Università degli Studi di Roma la Sapienza. Ha da poco superato l'esame all'abilitazione alla professione forense. Nel 2003 ha autoprodotto il cortometraggio di 11 minuti "Ombra Sotterranea". Nel 2004 assistente alla regia nel film per il cinema, girato a Torino e nel Lazio, "La fiamma sul ghiaccio" prodotto dalla Albatross spa. Sempre nello stesso anno ha autoprodotto il cortometraggio "Il silenzio". Nel 2006 ha pubblicato il racconto breve "Il risveglio" all'interno della raccolta "Parole in Corsa IV" edita da Full Color Sound. Nel 2007 ha pubblicato "Il posto libero" edizione Aletti e realizzato il relativo Book Trailer. Il suo sito : www.ilpostolibero.splinder.com.

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categoria:francesco boschetti
martedì, 15 aprile 2008

Colgo l'occasione di segnalare ai nostri lettori l'intervista fatta a Saro Fronte borgomastro del borgo letterario più frequentato del web da Valeria Ferracuti .L'intervista la potete trovare sul blog del sito della casa editrice a questo link http://www.graphe.it/GM/2008/04/15/borgonarrante/#more-217 .

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sabato, 12 aprile 2008

Laura-1

  Parlami della tua esperienza di scrittrice esordiente

      Inizialmente non capivo nulla di tutto quello che stava accadendo quindi ho fatto affidamento ai vari consigli ricevuti. Per me esordire è stato come trovarmi in una città caotica dove non si sa mai quale direzione prendere, infatti quando ho avuto la prima proposta di pubblicazione non ho dormito per due notti, ma alla fine si è tutto normalizzato.

Sei superstiziosa?

      No.

Ascolti musica mentre scrivi?

      Generalmente no, preferisco concentrarmi sul materiale che sto scrivendo.

Nei tuoi testi ci sono molti riferimenti autobiografici?

      Sì, spesso inserisco eventi che mi capitano personalmente. Il secondo libro ad esempio parla di una scuola di recitazione quindi il tutto si ambienta in teatro, l‘ ho scritto perché anch‘ io in passato ho recitato.

Come riesci a conciliare il lavoro di scrittrice con quello di tecnico di laboratorio?

      Scrivo di notte.

Cosa pensi del rapporto mass media e letteratura

      Secondo me è un rapporto indispensabile.

Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers se mai stato tentata di scrivere per autori famosi?

      Per autori famosi mai, però sto scrivendo un libro per un ragazzo che ha vissuto una vicenda terrificante e lui mi ha chiesto questo favore. Sono contenta di aver accettato perché è un’ esperienza che mi sta insegnando tante cose, come ad esempio l’ umiltà e la semplicità.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

      Ho letto tanto fin da quando ero bambina ed è difficile per me stilare una lista di preferenza perché sono tanti e da ognuno ho imparato molto. Forse se dovessi accennare un maestro letterario del passato citerei Giacomo Leopardi perché lui aveva la capacità di gettare tutte le sue ansietà nella scrittura evadendo da una vita fatta di privazioni e sofferenza.

Che libro stai leggendo al momento?

      Devo incominciare “ Narciso “ di Francesco Capaldo.

I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?

      Al momento no.

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

      I dialoghi sono la parte in cui mi diletto maggiormente, credo comunque che la caratterizzazione dei personaggi sia indispensabile quindi dedico del tempo per dare loro una personalità e un‘ identità ben precisa. La descrizione dei luoghi la menziono solo se necessario ma non mi dilungo più di tanto.

Ti ritieni una scrittrice svizzera o italiana?

      Italiana al cento per cento.

Scrivi in lingua tedesca?

      No, non  potrei mai perché la lingua tedesca è nettamente differente dall’ italiano, la trovo fredda per esprimere i sentimenti più profondi, oltre tutto il vocabolario italiano è molto più ampio anche se la grammatica tedesca la trovo più semplice. Spesso i pensieri li formulo in tedesco ma alla fine li scrivo in italiano. Riassumendo: se mi chiedessero di scrivere o tradurre un libro in tedesco mi rifiuterei categoricamente.

Un’ aforisma, la frase di una canzone, un proverbio che ti è caro.

      “Riesce chi persevera” questa frase l’ho introdotta nel mio secondo libro.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

      Separo sempre le due cose, una non influenza l’ altra, finora ci sono riuscita e funziona benissimo.

Che consigli daresti ad un giovane autore non ancora pubblicato?

      Bisogna essere scaltri, avere gli occhi aperti e non fidarsi ciecamente del primo editore che ti fa una proposta di pubblicazione, piuttosto è importante esaminare il contratto attentamente e non esitare ad informarsi bene di tutto.

Riguardo alle case editrici che pubblicano a pagamento cosa ne pensi?

      Dipende dalla casa editrice, non tutte sono serie, anzi quasi nessuna.

Ti piace la letteratura giapponese?

      Non ho avuto modo di cimentarmi con questo tipo di letteratura.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

      A me viene sempre in mente Oscar Wilde.

Cosa stai leggendo attualmente?

      Attualmente nulla perché sto aspettando il libro che ho ordinato.

Da donna pensi sia più facile per un uomo essere scrittore o quel che conta è solo il talento?

      La maggior parte degli scrittori che conosco sono uomini e trovo in loro un grande carisma, ma secondo me il talento è ciò che in definitiva conta.

Dammi una tua definizione di amicizia.

      Un legame solido che dura nel tempo costi quello che costi.

Come ti documenti per i tuoi libri?

      Prima di incominciare un libro raccolgo tutte le informazioni possibili riguardo il tema che voglio sviluppare, magari faccio ricerche in internet. Mi rivolgo ad amici che hanno a che fare con una determinata professione o esperienza. Leggo e ascolto molto gli altri, quindi il tutto mi facilita il compito.

Che genere letterario preferisci: fantascienza, fantasy, saggi?

      Sentimentale, ma non disdico anche altri generi.

Quali lettori preferisci?

      Lettori che sanno ancora sognare e che non si soffermano sulle banalità.

Tra i tuoi libri quale è stato più difficile scrivere?

      Il secondo “Quella notte” perché è molto ricco e intenso. Ho impiegato quasi un anno di intenso lavoro per terminarlo ma sono stata ripagata dal fatto che nell’ arco di ventiquattro ore diverse case editrici se lo sono conteso nella speranza che pubblicassi con loro. Il più difficile però sarà il quarto che dovrò incominciare a fine anno.

Scriveresti sceneggiature per il cinema o la televisione?

      Né ho già scritta una che proporrò ad alcuni produttori esecutivi proprio in questi giorni. Hai visto mai nella vita …

Hai un agente letterario?

      Al momento no.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

      Sì, a diversi: sto finendo il terzo, e sto scrivendo due libri a quattro mani, a fine anno poi incomincerò il quarto.

Una domanda tecnica scrivi molte stesure e correzioni o hai uno stile più spontaneo?

      La stesura è una sola, poi ricamo intorno al lavoro rendendolo vivo, una volta che ha raggiunto la consistenza da me desiderata dedico tanto tempo per la correzione leggendo più volte.

Che strumento di scrittura preferisci?

      Scrivo al pc, ma con me porto sempre carta e penna e prendo appunti non appena una piccolezza desta il mio interesse oppure quando ho l’ ispirazione.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Qualcuno da cui hai imparato molto e vorresti ringraziare?

      Ho molti amici scrittori e li ringrazio per l’ incoraggiamento che mi danno, per i consigli concernenti i concorsi, per lo scambio di opinioni. Sono tanti e voglio loro molto bene, ma già che mi trovo colgo l’ occasione di ringraziare Francesco Boschetti per tutti i suggerimenti e le idee e l’ incoraggiamento che mi dà.

 


      ::  Sito web :http://www.lauratufilli.com/

:: Profilo : Laura Tufilli è nata nel 1974 nella Svizzera tedesca e più precisamente a Rheinfelden. Ha vissuto sia in Italia che in Svizzera e ha studiato a Lecce da tecnico di laboratorio biologico. In Svizzera ha fatto parte di un gruppo teatrale e ha recitato e ballato in alcuni gruppi teatrali. Ha condotto alcuni Festival canori e ha avvicinato il mondo della scrittura dando vita ad un giornale bimestrale per giovani. E' bilingue, oltre all'italiano parla il tedesco. Portata per la musica ha preso lezioni di violino.Ha pubblicato "Un ragazzo come tanti"  Altromondo editore Padova, lo trovi su IBS a questo link .

 
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giovedì, 10 aprile 2008

Venerdì 11 aprile ore 19.34


"Il Clandestino" via Ragno 35/37

 Ferrara

presentazione del libro
Nero Ferrarese
(Edizioni La Carmelina)


di
Lorenzo Mazzoni & Andrea Amaducci

modererà la serata la collaboratrice giornalistica
Stefania Andreotti

saranno presenti gli autori

 


 La trama è semplice e lineare, un ispettore della sezione investigativa di Ferrara si trova a dover indagare sugli inquietanti delitti che insanguinano la città rivendicati da un fantomatico gruppo che si definisce Spontaneisti Armati Combattenti. Non sarà facile per Pietro Malatesta portare a galla la verità barcamenandosi tra personaggi imprevedibili o quantomeno bizzarri. La limpida scrittura di Lorenzo Mazzoni ci porta a svelare i torbidi retroscena di una città di provincia con amarezza e disincanto. La violenza sembra annidarsi dietro un falso perbenismo insidiosa come la tela di un ragno e in questo bellissimo noir si respira la struggente consapevolezza che le ombre sono in agguato anche dove apparentemente è più forte la luce. La narrazione schietta e non priva di caustico umorismo tipica dell'autore trova in questo libro una dimensione più introspettiva e se vogliamo di accesa denuncia sociale.


 

Il volume è disponibile presso la libreria La Carmelina, per ordinazioni, con invio a domicilio mezzo posta, scrivere a info@lacarmelina.com

 

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venerdì, 02 novembre 2007

lisa_fubbina2Parlami del tuo primo libro come è nato.

Il mio primo libro Insomnia (Edizione Il Foglio, 2004) è stato un parto piuttosto veloce, se non ricordo male, l'ho scritto in un mese o poco più, di getto.

Hai fatto fatica a pubblicarlo?

Bè, dipende che si intende per fatica. Comunque diciamo che l'attesa e la ricerca è sempre faticosa, specie se non hai intenzione di pagare per pubblicare.

Che consigli daresti ad un giovane autore non ancora pubblicato?

Prima di tutto di chiedersi che intenzioni ha e cosa si aspetta, perché spesso gli esordienti pensano che pubblicare possa cambiargli la vita, la vita ti cambia si, ma magari solo in senso mistico e di soddisfazione, non certo (eccetto rari casi) economicamente. Basta farsi un esame di coscienza su quanti libri si comprano e si leggono in un anno, e fra questi, quanti sono di autori esordienti? Quanti italiani?

L'approccio con le case editrici può essere deleterio se non ci si informa e, in effetti non sono molte le persone che ti aiutano a schiarirti le idee sul mondo dell'editoria. Consiglio di leggere editori a perdere di Miriam Bendìa e quasi quasi faccio un corso di scrittura di Gordiano Lupi, entrambi editi per Stampalternativa.

Riguardo alle case editrici che pubblicano a pagamento cosa ne pensi?

Che è vergognoso che non ci siano regolamentazioni che impediscano quelle che, spesso e volentieri, hanno tutta l’aria di essere vere e proprie truffe.

Ti piace la letteratura russa?

Mi cogli su una nota dolente... non conosco molto di letteratura russa, se si escludono Dostoevskij e Tolstoj, di cui ho letto alcuni libri.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Diciamo che a livello di 'formazione' mi sono appassionata, a diversi autori americani come Yates, Bukowski, Carver, Sexton, Plath, ma non disdegno altre frontiere, fra cui anche italiani esordienti come Morici, Franchi, Scerman, Biagini e un po' meno esordienti come Ungaretti, Calvino, Shakespeare.

Cosa stai leggendo attualmente?

A parte testi universitari di psicologia della formazione, sto leggendo conoscerete la nostra velocità di Eggers, il mondo deve sapere di Michela Murgia, anche se devo dire che non mi stanno prendendo molto. Poi un saggio sulla vita di Anne Sexton e l'interpretazione dei sogni di Freud.

Da donna pensi sia più facile per un uomo essere scrittore o quel che conta è solo il talento?

Mah, difficile a dirsi, dipende molto anche dal genere che si scrive. Se si parla di sesso, è molto più facile farsi notare se si è donna, per esempio. Per come la vedo io, comunque, indubbiamente il talento ha la meglio, a lungo andare.

Dammi una tua definizione di eternità.

Un qualcosa di costante nel tempo che non si deteriora e che va oltre i confini.

Come ti documenti per i tuoi libri?

Mi piace molto osservare ed ascoltare le storie della gente, ma anche alimentare la fantasia. Leggere tanto è anche un modo per documentarsi. Poi dipende da quello che scrivo e da quello di cui sono coscientemente e inconsciamente influenzata. Non mi pongo delle regole per documentarmi, in linea di massima cerco ispirazione vivendo me stessa e chi mi sta intorno, credo. Se invece devo scrivere un saggio o un articolo tendo a documentarmi molto su internet e a leggere libri o articoli attinenti all’argomento.

Ami la narrativa epistolare?

Non molto. La trovo un po' banale, se non usata per uno scopo preciso, come per esempio un contesto storico, oppure se è in qualche modo utile ai fini narrativi. Ad ogni modo non è lo stile di scrittura che preferisco né leggere né usare.

Che genere letterario preferisci: fantascienza, fantasy, saggi?

Mi piacciono i saggi romanzati come quello che ha fatto Vassalli su Dino Campana la notte della cometa, ma non mi dispiacciono i saggi in generale, purché riescano a mantenere vivo l'interesse e lo stimolo del lettore. Di fantasy non ho letto molto, ad esclusione de Il signore degli anelli, che per quanto di spessore creativo, mi è rimasto piuttosto indigesto. Un libro che invece mi è piaciuto molto è la storia infinita.

Quali lettori preferisci?

Quelli che non si limitano a dire ‘bello o brutto’.

Tra i tuoi libri quale è stato più difficile scrivere?

Indubbiamente il secondo romanzo la lingua batte dove il cuore duole, è stato un libro su cui ho lavorato molto e, per una volta tanto nella mia vita, mi sono dedicata in modo completo ad esso dato che in quel periodo non lavoravo e non studiavo. La stesura è durata sei mesi circa, ed è stata una bella full immersion. Anche Maybe, un progetto sperimentale a metà fra racconto e fumetto, che ho fatto con un amico, Oscar Celestini, è stato a suo modo difficile sia perché sono partita da una sua idea, che poi ho stravolto completamente, ma anche perché era la prima cosa fantascientifica che scrivevo.

Hai letto Seta di Baricco?

Si, diversi anni fa, ma non sono un’amante di Barricco.

Scriveresti sceneggiature per il cinema o la televisione?

Si, mi piacerebbe. Sono abbastanza aperta alle sperimentazioni e penso che scrivere una sceneggiatura sia un ottimo esercizio di scrittura, oltre che una bella esperienza.

Hai un agente letterario?

No, e spero di farne a meno ancora per un po’.

Hai amici scrittori, che genere di rapporto vi lega?

Ho molti contatti fra scrittori e disegnatori. Spesso sono nate delle belle amicizie ed ottime opportunità per organizzare insieme eventi ed iniziative, altre volte contatti più superficiali.

C’è un libro della storia della letteratura che vorresti aver scritto tu?

Probabilmente più di uno… Di un esordiente vorrei aver scritto l’ultimo libro di Morici Actarus, la vera storia di un robot, per la potenza ironica. Un libro invece che mi ha segnato molto e che con gli anni continuo ad amare è revolutionary road di Yates.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

Oltre ad alcuni progetti con altri scrittori e disegnatori, sto lavorando al terzo romanzo.

Una domanda tecnica scrivi molte stesure e correzioni o hai uno stile più spontaneo?

Dipende da cosa scrivo, Insomnia è stato una sorta di urlo spontaneo, anche se con la seconda edizione del 2006 ci ho rimesso le mani ampliando alcune parti e approfondendo l’editing, La lingua batte è stato un romanzo più riflessivo su cui ho lavorato molto correggendo più volte e prosciugando via via.

Che strumento di scrittura preferisci?

Tendenzialmente scrivo al pc, anche se qualcosa annoto a mano, stampo, correggo e modifico.

Ascolti musica mentre scrivi?

Certe volte si, ma non necessariamente. Quando dipingo invece ho sempre una base musicale.

Nei tuoi testi ci sono molti riferimenti autobiografici?

Diciamo coscienti non molti, anche se con Insomnia mi è capitato di aver scritto delle cose che poi si sono verificate e che quindi, in qualche modo, mi appartenevano. Non scrivo narrativa autobiografica, ma penso di scrivere quello che potrei essere o sarei stata in altre vite.

:: Profilo::

Lisa Massei, , di origini livornesi, classe '79, studia psicologia  del lavoro e lavora come grafica web. Ha pubblicato La Lingua Batte dove il Cuore Duole (Coniglio Editore 2006), Insomnia (Edizioni Il Foglio 2004), Maybe (Comix Comunity 2004) e ho selezionato l'antologia The First Time I Saw (Edizioni Nuoviautori 2005). Conosciuta sul web come Mielenero, cura il suo sito www.mielenero.eu, aperto ad altri autori ed artisti. Dipinge, ride e piange.

http://www.myspace.com/mielenero

 

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mercoledì, 24 ottobre 2007

glaucoGlauco Silvestri è un giovane scrittore emergente, residente a Bologna, che ha da poco pubblicato un breve romanzo noir dal titolo “31 ottobre”. Non è la sua prima esperienza, ma forse quella più significativa, dopo esperienze negative e esperimenti di pubblicazioni “print-on-demaind”, delle quali ha riferito gli esiti sul suo blog www.31ottobre.blogspot.com, nato proprio in occasione della pubblicazione del libro omonimo. Ha poi trasformato il blog in una vetrina delle case editrici che si occupano di esordienti, riferendo ai sui lettori indirizzi internet, punti salienti ed eventuali esperienze personali.

 

E’ da poco uscito il tuo romanzo “31 ottobre”. Come hai reagito alla notizia che un editore era interessato a pubblicare il tuo lavoro?

Con entusiasmo, titubanza, e un briciolo di distacco. Una serie di emozioni contrastanti. E' successo tutto quanto in un momento della vita piuttosto travagliato. Problemi emotivi, problemi sul lavoro. Una serie infinita di pensieri mi tormentavano. Diciamo che ero eccitato, entusiasta. Poi i ricordi di vecchie esperienze con altri editori (non è il primo libro che pubblico), mi hanno fatto tornare realista e ho cominciato ad avere dei dubbi. Tipo: Che sia una fregatura? Ancora adesso provo emozioni contrastanti. Alla fine, mi sono voluto "distaccare". Ho detto a me stesso - o la va, o la spacca - e mi sono buttato.

 

Com’è cambiata la tua vita dopo l’uscita de “31 ottobre”?

Mmmh. Non di molto. Si è intensificata un pochino l'attività "casalinga" per la promozione. Partecipare a concorsi, contattare riviste e quotidiani. Poi è aumentato il traffico di e-mail da parte di altri esordienti che vogliono sapere la mia opinione su questa o quella casa editrice. Anche il blog dedicato a 31 ottobre si è evoluto e mi "prende" tempo. Agli inizi scrivevo un post ogni due settimane, circa. Oggi un post al giorno.

 

Come riesci a conciliare il lavoro di scrittore con quello di impiegato elettronico [mi ricordo correttamente?]?

Si, faccio il progettista in una azienda di elettronica. Sono due mondi differenti, che però riesco a conciliare grazie all'Amministratore della ditta in cui lavoro. Lui è anche un pittore abbastanza affermato e, di conseguenza, "ufficiosamente" mi lascia un po' di corda. E mi incentiva anche... una specie di mecenate spirituale ("mecenate" perché mi sprona a fare di più, "spirituale" perché non finanzia le mie fatiche). E comunque il mio rendimento sul lavoro non cala per questo motivo. Se c'è un periodo in cui sono "scarico" posso lavorare ai miei scritti tranquillamente. Se c'è da fare, allora, rimando alla sera... quando sono a casa.

 

Pensi che un giorno abbandonerai l’altro lavoro, per dedicarti esclusivamente a scrivere?

Eh..eh.. è un sogno. In Italia è praticamente impossibile. Scrittori affermati come Lucarelli, Moccia, Sandrone Dazieri, e lo stesso Umberto Eco, continuano a fare il loro lavoro, oltre che a scrivere libri. Fossimo in Francia, in Inghilterra, negli States... forse la cosa sarebbe differente.

 

Da dove hai preso l’ispirazione per la storia de “31 ottobre”?

Da un sogno, che ho fatto proprio la notte di Halloween del 2003. Ed è il giorno in cui è ambientato il romanzo. Come ho scritto anche sul blog, il primo capitolo, in pratica, è il sogno che ho fatto quella notte. Ovviamente, al posto della ragazza c'ero io.

 

Nel tuo sogno eri il primo personaggio ucciso... c'è forse un altro personaggio che ti assomiglia, magari il protagonista?

No, non c'è un personaggio che mi somiglia, o almeno, non l'ho fatto volutamente. In genere i personaggi li "costruisco" curiosando per strada e osservando le persone che incontro (nei prossimi giorni penso di mettere online le foto che ho scattato per preparare 31 ottobre...).

 

All’inizio hai parlato di esperienze negative con editori. Puoi essere un po' più specifico (non sei obbligato a fare nomi!)?

Mmh... preferirei non parlarne. E' una questione difficile da spiegare. Comunque riguarda dei soldi, un contratto non rispettato, un libro mai pubblicato, e soprattutto una amicizia disattesa... sono passati tanti anni ma brucia ancora un pochino. Il libro in questione, comunque, è in realtà una trilogia, che tentai di pubblicare in tre anni dal 1997 al 1999... di quella trilogia furono pubblicati solo i primi due volumi (e vendettero bene... quasi da andare in ristampa...). Oggi è possibile comprarla su Lulu.com.

 

Secondo te, che importanza ha il successo per uno scrittore?

Non lo so. Credo dipenda dalle persone. A me piace scrivere. E non sono interessato al successo. Dal 1999 (anno in cui ho pubblicato l'ultimo libro del mio "primo periodo") a oggi, nonostante non abbia mai diffuso nulla di mio (neanche tramite internet) non ho mai smesso di scrivere. Scrivo perché mi piace, perché ho tante idee, perché è un modo di fuggire da una vita che... vabbé!

Sicuramente mi piacerebbe "vivere" facendo quello che più mi piace. Ma la fama non è una mia prerogativa.

D'altro canto, conosco altri scrittori che invece vorrebbero la luce della ribalta, il riflettore puntato su di loro, il riconoscimento da parte del pubblico.

Ovvio che, in Italia, l'unico modo di guadagnarsi da vivere scrivendo, è quello di diventare famosi. Troppa poca gente legge per passione. La media è sconvolgentemente bassa. Il 40% della popolazione compra almeno un libro all'anno... e gli appassionati di lettura non superano il 20%... di quel 40%.

Se non si è famosi, non si vende. Se non si vende, non si guadagna. Se non si guadagna... bisogna fare qualcos'altro per vivere. In pratica, potrei rimandarti a quanto ho detto qualche domanda fa.

 

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

I dialoghi mi vengono naturali. Ho scritto racconti, anche lunghi, costituiti solamente da dialoghi.

Li trovo stimolanti e, in un certo senso, credo anche che con essi si riesca molto meglio a caratterizzare i personaggi. In effetti io non sono il tipo da descrivere a fondo un personaggio. Nelle mie storie, di solito, i personaggi si rivelano un poco alla volta. Un po' come avviene nella vita reale. Se cammini lungo un marciapiede, vedi una persona che ti viene incontro. Di lei non sai nulla. Puoi giusto vedere com'è vestita, come cammina. Se questa si ferma e ti rivolge la parola, allora cominci a conoscere qualcosa in più di lui. Ma non tutto. La parte interiore di ogni persona rimane sempre nascosta. E nelle mie storie cerco di mantenere questa regola. Non svelo mai tutto quanto e lascio al lettore il "gioco delle parti"... lascio a lui l'interpretazione. Questo rende la storia un po' più personale (a mio parere), in quanto ogni lettore interpreta i personaggi in base alle proprie esperienze e alle proprie sensazioni. Alcuni miei amici, leggendo 31 ottobre, mi hanno descritto alcuni personaggi in modo molto differente... è una cosa che mi piace molto.

Quanto alle descrizioni dei luoghi. Anche qui, non sono mai dettagliato. Non mi piace mostrare uno scenario con "la vista aerea". I luoghi li descrivo con gli occhi dei personaggi che li attraversano. Mostro alcuni particolari, quelli che magari vengono colti dal personaggio, e altri li lascio intuire. A volte, addirittura faccio descrivere i luoghi ai personaggi, nel dialogo.

Tutto questo preambolo per dire che le tre parti, per me, sono congiunte tra loro e non possono essere veramente distinte. Quindi è difficile dire cosa preferisco. Sono tre cose che non riesco a separare.

 

E quale trovi più difficile?

Principalmente, nessuno dei tre. Ad ogni modo, la descrizione dei luoghi e la caratterizzazione dei personaggi è un pochino più complessa. Solitamente faccio delle ricerche, dei sopralluoghi. Vado nel luogo in cui si svolge l'azione, faccio fotografie a casaccio, proprio per "individuare dettagli casuali", studio le persone che frequentano il luogo, il loro modo di parlare, il loro modo di vestire. Faccio foto anche a loro, se necessario. Da questo lavoro, in seguito, estrapolo ciò che mi serve veramente. Alla fine, direi che non trovo siano più difficili, piuttosto sono "più impegnativi".

 

Che consigli daresti a scrittori  non ancora pubblicati?

Beh, non mi ritengo certo un "maestro". E neppure uno scrittore famoso. Tanto che la casa editrice con cui ho pubblicato ha la cattiva nomea di "stampa-tutto". Ovviamente non credo in questa cattiva fama... ho conosciuto delle case editrici "stampa-tutto" e tra queste e la Il filo c'è differenza. Ad ogni modo, per tornare all'argomento della domanda, che consigli potrei dare?

1)      Scrivere. Scrivere anche quando non si ha l'ispirazione. Se non si ha ispirazione è il momento buono per fare esercizio e, in fondo, cos'è l'ispirazione? A volte, in pomeriggi in cui sono annoiato, prendo carta e penna, mi affaccio alla finestra e provo a raccontare quello che succede in strada... Altre volte prendo fuori un vecchio lavoro e provo a "raddrizzarlo" nei punti in cui vedo che non "gira" bene.

2)      Leggere. Leggere tanto. E leggere cose differenti. Non rimanere ancorati ad un solo genere. Fissarsi su un genere finisce per inaridire lo spirito. Aprirsi ad un mondo più vasto aiuta a trovare i segnali nascosti, ad essere attirati da un'ispirazione che altrimenti non arriverebbe mai. Bisogna leggere i classici, i gialli, il fantasy, la fantascienza, i romanzi rosa... bisogna costruirsi un back-ground il più vasto possibile. Ovvio che avrete sempre un preferito. Ma è sempre meglio saggiare anche le altre strade, piuttosto che percorrere per tutta la vita un unico sentiero.

3)      Osservare. Guardare il mondo come se si fosse dall'altro capo di un binocolo. Imparare ad osservare è importante per poi capire come descrivere. La mia passione per la fotografia, lo ammetto, mi ha aiutato tanto.

4)      Vivere. Avere il coraggio di fare scelte differenti. Provare la solitudine, provare l'amore, provare la paura, provare il senso di pericolo. Ovviamente, senza esagerare. Ma se certe cose non si provano in prima persona, è poi difficile essere credibili quando le si descrive.

5)      Studiare. Se si vuole scrivere un romanzo. Bisogna prima documentarsi. O documentarsi "durante" la stesura (io faccio così... anche perché non so mai dove porta una storia). Bisogna, ribadisco, essere credibili. Se scrivessi una storia sul crollo delle torri gemelle, non pretenderei mai che fosse lo schianto di un Cesna a buttarle giù. Bisogna sapere che tipo di aereo le ha fatte crollare. Sono dettagli... è vero, ma chi legge si accorge di queste cose (e in 31 ottobre qualcosina mi è scappata).

 

Come è nato in te l’amore per la scrittura?

Non lo so. Quando sfoglio le foto di famiglia, e le giro sul retro, trovo dei segni fatti a biro. I miei mi hanno raccontato che li ho fatti io. Sin da piccolissimo ho sempre maneggiato delle biro, dei pennarelli, delle matite. Ho sempre cercato di "scrivere" e di comunicare con la scrittura. Diciamo che ce l'ho nel sangue. 

 

Venderesti i diritti de “31 ottobre” per fare un film?

Si, e ammetto che mi darebbe soddisfazione. In fondo, un'altra mia passione è il cinema. E non c'è settimana che io non entri in una sala. Figurati che ho fatto amicizia col personale del cinema vicino a casa mia...

 

Hai amici scrittori?

Famosi? Non credo. Esordienti come me... ne ho conosciuto qualcuno online, grazie al blog dedicato a 31 ottobre e, lo ammetto, alcuni sono piuttosto bravi, molto più bravi di me.

 

Cerchi di ispirarti a un scrittore (famoso) in particolare?

No. Scrivo istintivamente. Con il mio "stile". Ma, in fondo, chi può saperlo. Ho più di 400 libri in casa mia. Qualcosa avrò mutuato anche da quei libri. Ma una fonte di ispirazione vera non ce l'ho. Anche perché leggo proprio di tutto, dalla fantascienza a Ovidio.

 

Quanto leggi?

Tanto, per quanto possa permettermi la vita di "adulto". Da ragazzo leggevo un libro a settimana, forse anche di più. Ora, ahimé, ci sono più responsabilità, più lavoro... diciamo che leggo 20/30 libri all'anno circa.

 

Cosa stai leggendo al momento?

Tre libri.

"The Gun Sellers" di Hugh Laurie (il Dr. house) in lingua originale. "Twentyfour 2 Six" di Alessandro Girola (scrittore emergente ed amico) e... “il Dolore Perfetto” di Ugo Riccarelli.

 

 

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categoria:glauco silvestri
sabato, 13 ottobre 2007

frankfurt 020Parlami dell’ultimo libro che ha scritto.
Sono due. Uno è un piccolo campionario dell’abbandono, si intitola “L’ho lasciata perché l’amavo troppo” (Coniglio Editore, Roma 2007) e raccoglie centinai di motivazioni per lasciare una persona. Credo faccia ridere. L’altro si intitola “Condominio reale” è un romanzo e parla di un condominio che diviene la sede di  un grottesco reality show (Edizioni di Latta, Milano 2007). Credo faccia ridere, e un po’ riflettere. 

Ti piace l’Ulisse di James Joyce?

Non  l’ho mai letto.

Cosa pensi del rapporto mass media e letteratura

Perché, c’è un rapporto? In televisione non si parla mai dei libri che mi piacciono.

Come ti documenti per la stesura dei tuoi libri?

Io ho la mia enciclopedia che neanche Wikipedia… Si chiama Giorgio ed è un mio amico. Lui sa tutto. Poi c’è al vita quotidiana con le sue falle logiche, la gente. I libri anche.

Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers se mai stato tentato di scrivere per autori famosi?

Non me lo ha mai proposto nessuno. Non che io mi sia fatto avanti. Un mestiere  come un altro, credo.

Ad un giovane scrittore che non abbia ancora pubblicato che consigli daresti?
Non ossessionarsi col volere pubblicare a tutti i costi con ogni mezzo. Riflettere. Aspettare.  Intanto godersela, la vita. E’ più importante.

Abiti a Torino, in che modo questa città ha influenzato la tua narrativa?

In molti modi: è del nord ma c’è tutto il meridione dentro, è fredda ma ha una vita notturna spiccata, è grigia ma adatta alla malinconia e alla dolcezza. E’ magica in quanto non ti assilla con sguardi asfissianti, discreta fino alla malinconia. Fa venire voglia di scrivere stare qui.

Ami scrivere racconti?

Molto, soprattutto brevi.

Ti piace Raymond Carver?

Sì, ma non impazzisco per lui.

Definiscimi la parola indipendenza.

Un dialogo interno fitto e costante, preservato e rigoglioso.Solo con se stessi.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta

Sono molto spiritoso. Senti: Nonno, la senti questa puzza di morto? Nonno? Nonno?

Ti piacerebbe scrivere per il cinema?

Sì, molto.

Quale è il tuo poeta preferito?

Baudelaire.

Quali sono i tuoi maestri letterari?
Buzzati, Miller, Cortazar, Kafka, Nietzsche, Dostoevskij, Gogol, Marias. Tanti, troppi. 

Che libro stai leggendo al momento?
Fatti inquietanti, di Wilcock

Ami la poesia?
Certo.

Parlami del libro più bello che hai letto
Il libro più bello che ho letto l’ha trovato mio nonno nella spazzatura quando avevo 10 anni. Stavamo tornando a casa da  scuola, pomeriggio di novembre freddo, umido, e lui ha visto spuntare qualcosa di luccicante dal bordo del cassonetto. Ha preso quella cosa e, dopo essersi accertato che cosa contenesse, me l’ha donata. Erano le avventure  di Pierino di Piero Chiara. L’ho riletto milioni di volte, lo ho ancora con me.  

Quale è la tua opinione sulla situazione degli scrittori in Italia. Sei pessimista?
Sì, tranne  Camilleri e alcuni giovani sconosciuti, non mi piace altro.

Quanto tempo impieghi nella stesura di un libro?

Alla stesura un mese al massimo. E dopo che nascono i dolori.

Hai un metodo di scrittura: fai molte stesure, scrivi di getto?

Di getto. Facilmente, con entusiasmo, nel mezzo del disturbo di casa mia e della città.
La parte logorante è il dopo. Quando tutto è fatto e sembra legno grezzo.

Scrivi preferibilmente in un periodo della giornata: mattino, pomeriggio, sera?
Mattino e notte.

I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?
Lo saranno presto in americano.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?
La gente e il mondo no, qualche individuo sì. Che forse sarebbe cambiato comunque anche senza quel libro. Diciamo che un libro accelera o facilita un processo, forse.

Hai relazioni di amicizia con altri scrittori? Quali?
Conosco tanta gente che scrive. Alcuni sono miei amici. Ma solo quelli che non si prendono troppo sul serio.

L’uso dell’ironia nei tuoi libri che valenza ha?
E’ fondamentale, insieme al grottesco.

Che lettori preferisci?

Persone con le quali sarebbe bello chiacchierare.

Ami la letteratura undergrond?

Quando merita.

Quale è il tuo autore di fantascienza preferito?
P.K.Dick.

Quale è il tuo libro che preferisci e perché.
I Fratelli Karamazov. Perché c’è tutta  l’umanità dentro con le sue idee, meschinità, altezze, verità. E quindi ci sono un po’ anche  io.

Hai mai scritto per la televisione? Ti piacerebbe farlo?

Ho scritto diverse cose  ma ho paura  di vedermele rubare. Sono cose geniali.

:: Link

vitoferro.splinder.com
lholasciata.splinder.com

 

:: Vito Ferro è nato il 14 agosto 1977 e vive a Torino.
Collabora con il Comune di Torino alla realizzazione di progetti letterari nelle scuole torinesi, fonda l’Associazione culturale Ombre, di cui è Presidente.

Pubblica per Edizioni di latta Condominio reale.

Nel settembre 2007 esce per Coniglio Editore “L’ho lasciata perché l’amavo troppo – Piccolo campionario dell’abbandono”, 
 

 

 

 

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lunedì, 08 ottobre 2007

A4

Circolo Arci Métissage - Milano

presentazione del libro:

Ost. Il banchetto degli scarafaggi,

di Lorenzo Mazzoni


(Edizioni Melquìades, 2007)

qui

 

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martedì, 02 ottobre 2007
abParlami del tuo primo libro "Lesbo è un isola del mar dell'Egeo"edito per la Borelli editore 
E' un romanzo, in parte autobiografico: prende spunto dalla mia vita, ma ci sono anche episodi di pura fantasia. E' il percorso sessuale di una donna, che dopo una delusione amorosa sceglie la strada del degrado.
Stai scrivendo un nuovo libro? 
Al momento no. Deve scattare una scintilla, e per ora non è scattata. Scrivo molto sul mio blog.
Cosa stai leggendo al momento?
Il nuovo romanzo di Ken Follett, seguito de "I pilastri della terra".
Quali sono i tuoi scrittori preferiti?
Spazio molto. Dostoeskij, Tolkien, il primo Stephen King: come vedi autori lontanissimi fra loro. Per quanto riguarda l'Italia Isabella Santacroce.
Parlami del tuo metodo di scrittura, ne ha i uno, scrivi di getto, fa i molte stesure?
Scrivo sempre di getto, preferibilmente al mattino o nelle prime ore del pomeriggio. Ogni mille parole (circa) mi fermo e apporto qualche correzione. Cerco di mantenere una disciplina, lavorando possibilmente tutti i giorni.
Ami la poesia? Stai leggendo libri di poesia attualmente?
Amo soprattutto la poesia classica. Foscolo, Leopardi, Carducci e naturalmente Saffo!
Ti senti in qualche modo parte di un movimento femminista che usa la scrittura come strumento di affermazione?
Direi di no.
Cos'è l'erotismo per te, come lo filtri nei tuoi libri?
C'è una distinzione importante da fare: amo l'erotismo ma non la pornografia. Nell'erotismo ci deve essere poesia, sentimento. Deve intrigare, senza mai cadere nella volgarità.
Per uno scrittore che importanza ha il successo?
Bella domanda! Per adesso non so rispondere...
Hai senso dell'umorismo dimmi una barzelletta.
Ho senso dell'umorismo, ma purtroppo dimentico sempre le barzellette.
Ami più leggere o scrivere?
Amo molto leggere. Ma scrivere è la mia vita.
Definiscimi la parola amore.
Passione, stima, condivisione.
Hai letto Tolstoj ?
Sì e anche Gogol e molti altri russi. Apprezzo tantissimo la profondità della letteratura russa.
Quando hai capito di essere una scrittrice?
Non so se posso definirmi tale... Ho incominciato a "scrivere" a sei anni.
Parlami della relazione tra cinema e letteratura, pensi che sia un bene? 
Beh sarei contenta se il mio libro diventasse un film. Va detto tuttavia che, a parte qualche rara eccezione, le trasposizioni cinematografiche di un libro risultano spesso deludenti. Se "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" diventasse un film, mi piacerebbe che fosse Martina Stella la protagonista.
Sei felice quando scrivi?
Sempre!
Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?
Ho qualche difficoltà con i dialoghi. Infatti non li uso molto. Preferisco soffermarmi sulla caratterizzazione dei personaggi, la descrizione della natura, anche l'azione.
Trovi interessante il teatro? Ti piacerebbe scrivere degli script teatrali?
Mi piace il teatro, ma avendo difficoltà con i dialoghi non sarei in grado di scrivere degli script teatrali.
Hai fatto fatica a pubblicare il tuo primo libro?
Fu l'editore a contattarmi!
Che consigli daresti a scrittori  non ancora pubblicati?
Che la strada è molto dura. E' difficile farsi prendere in considerazione da una casa editrice. Tuttavia non bisogna mai arrendersi. E soprattutto non si deve pubblicare a pagamento. Si sprecano soldi inutilmente.

Alessandra Bianchi è nata a Milano il 3 settembre 1976. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, ha incominciato a lavorare nel settore della moda. "Lesbo è un'isola del Mar Egeo" è il suo primo romanzo

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sabato, 22 settembre 2007

eliselleCome è nato in te l’amore per la scrittura?

È una domanda difficile. Da piccola ho sempre avuto la passione per la scrittura, rompevo le scatole a mio padre perché mi insegnasse a leggere, ero curiosa. Alle elementari scrivevo poesie. Durante l’adolescenza ho scritto diari su diari, come terapia. La scrittura è sempre stata parte di me e del mio modo di essere e di parlare con me stessa e con gli altri, è stato impossibile non amarla perché in certi periodi era davvero l’unico mezzo di comunicazione che avevo col mondo.

Cosa stai leggendo al momento?

Sto leggendo due romanzi, diversissimi tra loro: Amore senza amore di Michelle Tea e Se domani farà bel tempo di Luca Bianchini.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Ce ne sono talmente tanti che non saprei da dove iniziare. Quelli contemporanei a cui faccio riferimento più spesso sono Valerio Massimo Manfredi, che seguo non solo come romanziere ma anche come saggista, Ellis e Welsh, Cornwell e Llywelyn per i romanzi storici, Wendy Holden per la chick lit, Ken Follett di cui sto attendendo con ansia il seguito de I pilastri della terra. Poi ci sono quelli che ti fanno studiare a scuola a forza, e di cui non comprendi subito la grandezza, e vai in seguito a recuperare perché non ne puoi fare a meno: Pirandello, Calvino, Fenoglio, Manzoni, Verga. Sono tanti.

Parlami del tuo metodo di scrittura, ne ha i uno, scrivi di getto, fa i molte stesure?

Nessun metodo particolare. Mi viene un’idea e la appunto. Poi ci lavoro, anche anni dopo. Per la stesura, dipende: a volte le parole escono da sole, altre volte le devo ripensare e riscrivere, ma cerco di non perdermi. L’ultimo romanzo è nato quasi di getto perché avevo le idee molto chiare, e durante la fase di scrittura mi veniva naturale apporre qualche modifica a quello che avevo in mente, con naturalezza.

Cosa pensi della relazione tra essere donna e scrittrice?

Non la vedo in questi termini: la relazione è tra la persona e la scrittura, non tra il sesso di appartenenza e la scrittura, nonostante ci siano le famose “etichette” che tentano di imbrigliare quello che scrivi, di catalogarlo in qualche modo (a volte sbagliando decisamente – e spesso consapevolmente: il marketing tiranno – definizione). Io non mi sento ancora “scrittrice” perché il mio è un continuo cammino di ricerca e sperimentazione e più che altro scrivo per imparare, evolvere, migliorarmi.

Ti senti in qualche modo parte di un movimento femminista che usa la scrittura come strumento di affermazione?

Spesso nei miei racconti e nelle mie storie parlo di donne, e a volte sono donne schiacciate da un mondo ancora molto maschile e maschilista: più che di un movimento femminista, mi sento parte di quella corrente di donne che scrivono usando l’ironia, anche pungente e dissacratoria, per puntare il dito contro quello che non va. In alcuni pezzi, più che l’ironia ho utilizzato il sarcasmo. In altri la drammaticità della violenza. Ma ho un modo tutto mio di vedere le cose e interpretarle.

Per uno scrittore che importanza ha il successo?

Dipende. A volte ti permette di avere la sicurezza necessaria per dedicarti solo alla scrittura senza avere bisogno di un secondo lavoro per mantenere la tua vera passione. Altre volte il successo può diventare la tomba dell’ispirazione, delle buone idee e della buona scrittura: a mio avviso serve un certo grado di concretezza per non perdere il contatto con la realtà e continuare a dare fondo al talento, all’ispirazione. Poi ripeto, dipende sempre da quello che uno vuole e cerca: se si vuole diventare una literature-star e concorrere con le rock-star, allora è un altro paio di maniche.

Stai scrivendo attualmente?

Ho appena finito un nuovo romanzo, molto divertente, e al momento sto recuperando energie e riattivando i circuiti. La scrittura dovrà aspettare, solamente per un po’.

Ami più leggere o scrivere?

Se leggo mi dimentico di mangiare, bere, uscire, chiamare gli amici, in una parola vivere, ma non smetterei mai. Se scrivo, dopo un po’ devo staccare per non essere completamente assorbita delle mie energie. Parlando di impegno, sento meno quello della lettura, è più immediata e piacevole. Ma parlando di amore, devo dire che amo entrambe le cose.

Definiscimi la parola talento.

Un dono, una caratteristica innata che si manifesta naturalmente, ma che va allenata costantemente, come un muscolo, per poter essere potenziata e dare il meglio.

Che studi hai fatto? Hai imparato ad amare i libri sui banchi di scuola?

Ho fatto studi classici anche perché amavo leggere, e per me non è stato troppo difficile adattarmi alle richieste degli insegnanti che mi riempivano di libri per fare tesine, schede e temi in classe. Certo come tutti gli alunni del mondo alcuni autori li ho davvero amati, altri li ho solo sopportati. Ma col tempo ho imparato ad apprezzarli.

Hai letto Tolstoj ?

Sì, a scuola. Faceva parte degli autori che sopportavo. Per assurdo, però, amavo Manzoni, che solitamente è odiato dalla maggioranza degli studenti. I casi strani della vita...

Quando hai capito di essere una scrittrice?

Mi sono accostata alla scrittura in modo diverso dopo i vent’anni. Prima era solo una valvola di sfogo personale, poi ha subito un’evoluzione naturale e finalmente ho preso le distanze da me stessa e dal mio ombelico. Ho iniziato a raccontare di altro, di altri. A osservare di più la realtà. Ad ascoltare meglio quello che mi circondava. A dargli voce. Chissà, forse questa è la strada giusta per diventare una scrittrice.

Ami la poesia? Stai leggendo libri di poesia attualmente?

Li leggo a volte per lavoro, per la rassegna letteraria che curo per Delirio.NET, il portale di attualità che seguo da quattro anni. Per le mie letture personali, però, sono sincera: preferisco la prosa.

Parlami della relazione tra cinema e letteratura, pensi che sia un bene?

Io trovo che le contaminazioni e gli scambi tra le arti siano ricchezza. Io amo molto sia cinema che letteratura, a volte una pellicola ti può ispirare per scrivere e tirare fuori quel che hai dentro. E allo stesso modo da un romanzo può scaturire un grande film. Come sempre, dipende dall’uso che si vuole fare delle idee.

Sei felice quando scrivi?

A volte sono felice, altre volte divertita, altre ancora incazzata. Scrivere amplifica i miei stati d’animo ma allo stesso tempo, in qualche modo, mi rasserena e mi permette di esprimere le mie emozioni. Mi libera.

Trovi interessante il teatro? Ti piacerebbe scrivere degli script teatrali?

Mi ha sempre affascinato. Alcuni miei testi sono diventati monologhi per Strettamente Riservato, uno spettacolo che si tiene in teatri off milanesi da qualche anno, con un buon successo di pubblico. Ora sto scrivendo e curando una sperimentazione teatrale, tratta da un progetto web su Liberaeva.com (che diventerà un libro a Ottobre coi pezzi migliori), intitolato Le interviste impossibili. Sul palcoscenico, tre grandi donne della storia e del fumetto che hanno lasciato un segno nell’immaginario collettivo: Matilde di Canossa, Beatrice di Dante e Eva Kant. La rappresentazione è già stata fissata e verrà a fatta a fine Ottobre.

Ti hanno mai chiesto di scrivere per la tv, sceneggiature, spot, palinsesti televisivi?

Sì, ed è stato divertente. Ti mette a contatto con un modo diverso di scrivere, contano i dialoghi, è un’ottima palestra per allenare la mente e affinare alcune tecniche.

Conosci altri scrittori? Che rapporti vi lega?

Conosco tanti scrittori, li intervisto per Delirio.NET, dialogo con loro, li presento agli eventi, alle volte mi presentano loro. Con alcuni nascono bei legami d’amicizia, con altri ci sono solo rapporti professionali.

Oltre a scrivere svolgi altri lavori legati all’editoria?

Mi occupo spesso delle bozze con tutto quel che ne consegue: lettura, correzione, editing, consigli e proposte all’autore. Spero che si trasformi in un lavoro, prima o poi.

Hai già un agente letterario, se sì, che rapporto vi lega, è un semplice rapporto professionale, un’amicizia, un rapporto di amore-odio?

Non ho un agente letterario. Finché posso e riesco, faccio da me. In futuro, si vedrà.

 

L’autrice

 

 

Eliselle è nata a Modena nel 1978. Laureata in Storia Medievale con un Master in Diritto della Comunicazione, lavora come copywriter. Inizia a scrivere giovanissima per passione e ha al suo attivo tre romanzi, Laureande sull’orlo di una crisi di nervi (Effedue Edizioni, 2005), Nel paese delle ragazze suicide (Coniglio Editore, 2006) ed Ecstasy Love (Eumeswil Edizioni, 2007). Ha scritto il romanzo storico Francigena – Novellario a.D. 1107 (Fabrizio Filios Editore, 2007) insieme a due scrittori modenesi e firmandolo col suo nome e cognome. Ha appena concluso il suo ultimo romanzo. Ama scrivere racconti, ha partecipato a numerose antologie ed è presente su diversi siti web dedicati alla scrittura. Alcuni suoi testi vengono rappresentati in teatri off off milanesi. Collabora con riviste online e cartacee di attualità, erotismo e cultura e per la rubrica letteraria di Blue. I suoi siti personali sono Eliselle.com e Delirio.NET.
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lunedì, 17 settembre 2007

Parlami del tuo primo libro, come hai scelto il genere racconti?

All’inizio mi è venuto naturale scrivere racconti, iniziare con un romanzo mi pareva un’impresa impossibile. Poi, col tempo, ho scoperto le potenzialità de genere “racconto” e ho imparato a sfruttarle, almeno in parte. Come diceva Carter, “presto dentro, presto fuori. Senza indugi.” Questa è la filosofia del racconto. Il romanzo non è un racconto più lungo, è un’altra cosa e non è detto che sia migliore.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Ho iniziato leggendo Italo Svevo per sfida (tutti parlavano di “La coscienza di Zeno” come una noia infinita) e ho proseguito con Kafka, Pavese, Conrad (e Stephen King…), ma la passione per i racconti è esplosa con Carver e, soprattutto, Dino Buzzati.

Studi editoria, desideri continuare a scrivere o preferisci altri mestieri nel campo editoriale?

Studio editoria in conseguenza del fatto che scrivo. Penso che lavorare sui testi altrui sia un’occasione importantissima sia per scoprire autori sennò sconosciuti, sia per poter migliorare il processo di selezione del prodotto libro, prediligendo lavori anche dal grande spessore umano piuttosto che i soliti esercizi di stile. Alessandro Manzoni non è certo ricordato per il suo stile!

Cosa stai leggendo attualmente?

Attualmente sono a metà di due libri, “Sessanta racconti” di Dino Buzzati e “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro?

Pubblicare un libro è, ahimè, più semplice di quel che sembra. Questo va a discapito della selezione editoriale e provoca la saturazione del mercato. Buoni scrittori rimarranno ai margini, sopravanzati da penne più alla moda.

Hai un agente letterario?

No, e a vedere e vivere lo stato confusionario dell’editoria italiana mi rendo conto che ne avrei davvero bisogno.

Come è il tuo metodo di scrittura, scrivi tutti i giorni?

No, purtroppo no. Purtroppo perché non ho abbastanza tempo, ma per fortuna perché penso sia impossibile scrivere tutti i giorni senza cadere nel “narrativismo”. Spiego: magari si riesce a costruire una storia, anche non banale e ben scritta, stendendo 10 pagine al giorno, ma uno scrittore ha bisogno di tempo per vivere e fare esperienza del mondo per poterla poi riversare sul foglio. Non mi interessa raccontare una storia, ma una vita: questo è il mio tentativo.

Scrivi di getto, fai molte stesure…

Io scrivo di getto, anche se il ritmo è blando, magari stendo una pagina in un’ora e poi chiudo tutto. Di solito quando inizio un racconto vado dritto fino alla fine, senza tornare indietro mai. In questo modo semino un sacco di cadaveri linguistici per strada, ma non ci faccio caso: solo quando metto la parola “fine” rileggo il tutto, correggo le imprecisioni e metto a posto l’italiano.

Prediligi il racconto breve o lungo?

Dipende dalla storia che devo scrivere. Ne scrivo alcuni di 3 pagine e altri di 10-20, ma quando inizio un racconto non so quanto verrà lungo. Io scrivo la storia, con calma, coi tempi giusti, e poi la chiudo al momento opportuno: è la storia a decidere la lunghezza.

Di un racconto preferisci la descrizione dei luoghi, dei personaggi o i dialoghi?

La descrizione dei luoghi dagli occhi dei personaggi: descrivendo il luogo, descrivo il personaggio.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Carver, Buzzati, Pavese e Svevo… di quelli in vita devo molto a un poeta nascente (ma sta già pubblicando il secondo libro), Pietro Federico.

Pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Il mondo no, ma una dozzina di persone sì. O almeno lo spero.

Ami gli scrittori di fantascienza? Qual è il tuo preferito?

Ho letto solo un libro di Isaac Asimov, era meraviglioso. Paradossalmente, descrive il mondo di oggi più e meglio di un libro di, che ne so, Melissa P. o Moccia .

Pensi che alcuni scrittori siano “cattivi maestri”?

No, penso che alcuni scrittori non siano maestri.

Ascolti musica mentre scrivi?

Se sono teso Badly Drawn Boy o i Perturbazione, se sono stanco ZZ Top o Mark Lanegan, ma il più delle volte non sono né l’uno né l’altro e metto su Mike Oldfield.

Quali strumenti di scrittura preferisci?

Scrivo solo al PC, a biro pasticcio troppo.

Fare il correttore di bozze cosa ti ha insegnato?

Per ora che la gente non sa scrivere… a parte gli scherzi, ho imparato a usare correttamente le virgole (non ridete, non è facile come sembra!), peccato che il libro l’abbia già pubblicato!

Il mondo dell’editoria è pieno di figure professionali poco note, quali?

Io penso che quelli poco noti siano solo gli scrittori, purtroppo.

Hai amici scrittori?

Oltre a Pietro Federico indicherei Samuele Donati, anche se lui non si definirebbe tale. Prima o poi lo costringerò a pubblicare con la forza.

Ami la poesia? Qual è il tuo poeta preferito?

Di poesia non capisco nulla, però apprezzo Leopardi e, ultimamente, sto riscoprendo Pascoli (che, tra l’altro, è romagnolo come me).

Ti piacerebbero se facessero un corto con un tuo racconto E’ già successo?

I miei racconti sarebbero perfetti per dei cortometraggi… con alcuni ci si potrebbero fare anche dei muti, vista la povertà di dialoghi. Comunque sì, mi piacerebbe molto e non è detto che sia una cosa del tutto campata in aria: ho già intravisto uno spiraglio…

Hai mai scritto sceneggiature?

No: è un tipo di scrittura che non mi affascina. Poi, in generale, l’idea di scrivere a comando non mi attira.

Ti piacerebbe anche scrivere per la tv?

Scrivere per la tv, secondo me, è un ossimoro.

Cosa stai scrivendo attualmente?

Un racconto ambientato in un piccolo paese, la storia di un innamoramento. Essendo solo alla seconda pagina non ho ancora scoperto se si innamora solo lui o anche lei.

Passerai al romanzo o prediligi i racconti?

Penso che rimarrò fermo ai racconti ancora per… a occhio e croce, altri 10 dieci anni.

Qual è il libro più bello che hai mai letto?

“Il deserto dei Tartari” e “La coscienza di Zeno”, impossibile scegliere!

Sito personale http://daunpaeselontano.splinder.com/

::Profilo Biografico: Martino Savorani è nato nel 1983 a Castel San Pietro Terme (BO) e cresciuto a Borgo Rivola, un piccolo paese della provincia di Ravenna, situato ai piedi dell’Appennino Tosco-Emiliano a due passi dalla Toscana. Nel luglio 2006 ha conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione presso l’“Alma Mater Studiorum” di Bologna e dal gennaio 2007 studia Editoria e gestione del prodotto editoriale presso l’“Università Cattolica del Sacro Cuore” di Milano. Da un paese lontano è la sua prima raccolta di racconti.

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giovedì, 13 settembre 2007

valentinaParlami del tuo libro “Basta che ci sia posto” Traccediverse (2006) come è nato.

“Basta che ci sia posto” è la rielaborazione romanzata di un percorso conoscitivo ed evolutivo da me compiuto durante l’adolescenza. È un viaggio di formazione atto ad insegnare come sia possibile diventare più profondi, più felici, anche nel dolore e nelle contraddizioni. Il testo non è autobiografico, tuttavia mi identifico nel percorso di Camilla, la protagonista, che durante l’adolescenza conosce la rabbia e l’orgoglio dovuti alle insicurezze comuni a tante giovani, e ne resta vittima, incapace inizialmente di comprendere questi sentimenti. La successiva comprensione e la trasmissione di questa agli altri, si evidenzia come punto di partenza per un cambiamento positivo: verso la vita, l’amore, i rapporti autentici, lo sforzo di mettersi in gioco per divenire adulti, l’abilità a raccontarsi per guarirsi. La necessità di comunicare, di trasmettere agli altri gli insegnamenti che la vita mi aveva dato e la speranza di poter in qualche modo essere utile, mi spinsero alla stesura di un testo maggiormente impegnativo rispetto ai racconti e alle poesie che mi dilettavo a scrivere dai tempi della scuola media. La storia che ho raccontato non avrebbe certamente potuto essere riassunta in un racconto, sebbene lungo. Scrissi la prima stesura di getto, come fosse un diario, o una lunga lettera ad un’amica immaginaria. In seguito divisi il testo in capitoli, apportando svariate modifiche e correzioni. Dopo circa un anno di scrittura, mi trovai tra le mani la bozza del mio romanzo d’esordio.

 Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

I miei scrittori preferiti sono Brizzi, Culicchia, Tamaro, De Carlo, Tondelli, Fante, Hemingway, Kerouac, Ginsberg, Morante, Calvino, Tolstoj, Salinger, Dostoevskij, Bukowski, Coelho, solo per citarne alcuni… 

Leggi Dacia Maraini?

Di Dacia Maraini ho letto solo “Buio” e “Colomba”.  

Da donna che cosa pensi sull’essere scrittrice?

Essere scrittrice secondo me significa avere la capacità di guardare il mondo attraverso un filtro, servendosi della sensibilità femminile per osservare, ascoltare, indagare, assorbire, sentire, riflettere, rielaborare, districare, ricercando la perfezione nell’esprimere le emozioni attraverso la scrittura.  

Cosa stai leggendo attualmente?

Ai tempi della scuola ho preso l’abitudine di leggere più libri contemporaneamente. Ho terminato che non è molto “Mal di pietre” di Milena Agus e “Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro” di Enrico Brizzi. Devo ultimare “I segreti del risveglio” di Osho e “La strega di Portobello” di Coelho. Mi accingo ad iniziare “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani e “Mille splendidi soli” di  Khaled Hosseini. Molto spesso mi capita di rileggere “Manuale del guerriero della luce” di Paulo Coleho e “Il Piccolo Principe” di Antoine De Saint-Exupéry, che adoro sfogliare, gustando i miei capitoli preferiti.  

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro?

Assolutamente no. Spedii la versione definitiva del romanzo a diverse case editrici medio-piccole. Ricevetti diverse proposte di pubblicazione, di cui un paio con contributo che non avrei accettato. Felice, ma non totalmente convinta, inviai il testo via email a Michele Di Salvo, il mio editore, che lo lesse personalmente in una notte e mi fece immediatamente inviare il contratto di pubblicazione da Traccediverse.  

Hai un agente letterario?

No, per il momento non ho ancora un agente letterario. 

Quale è la tua poetessa preferita?

Amo visceralmente i versi preziosi di Alda Merini. 

Leggi autori giapponesi come Murakami o Yoshimoto?

Di Banana Yoshimoto, di cui adoro l’ indagare i comportamenti umani, la sensibilità, la dolcezza, la malinconia, e particolarmente la scrittura urlata e sussurrata, ho letto “Kitchen”, “Il corpo sa tutto”, “Presagio triste” e “L’abito di piume”. Di Murakami non ho mai letto nulla. 

Ti piace “Seta” di Baricco?

Ho letto diversi libri di Baricco, mi piace “Seta”, ho amato “Novecento”, “Oceano mare”, “Senza sangue”. “Seta” è stato il primo, grazie al quale mi sono innamorata della scrittura di Baricco, della sua capacità di rendere interessanti, poetiche e magiche le storie che racconta. Sono affascinata dalle sue metafore, dal fascino del suo narrare, dalla sua sorprendente capacità di incantare il lettore. 

Per una scrittrice come si preserva la propria integrità spirituale nel mondo editoriale?

A mio avviso è essenziale mantenersi umili, non sentirsi mai “arrivati”, continuare a leggere, a fare esercizio, affinare la tecnica,  migliorarsi, libro dopo libro. Pensare alla scrittura come ad un lavoro da svolgere con ordine, impegno, allegria e passione. Non amo chi si sente “personaggio”. È giusto coltivare la propria eccentricità, quando è reale e non forzata. È doveroso essere spontanei, senza risultare costruiti. Mi metto continuamente in gioco, non perdo di vista la voglia di imparare e non mi prendo mai troppo sul serio. La scrittura oltre ad essere per me un piacere, un’emozione, è un mestiere. Desidero arrivare alla mente, all’anima, al cuore e al cervello del lettore. Non scrivo unicamente per intrattenere, per sfornare belle storie che svaniscono all’ultima pagina.  

L’erotismo è importante nei tuoi libri?

L’erotismo non è essenziale nei miei libri, ne faccio uso se è funzionale alla narrazione, e mai in modo volgare e gratuito. Preferisco lasciare intuire, suggerire, in modo raffinato e sottile. Nei miei libri indago i sentimenti: scrivendo dell’amore tra due persone, per esempio, è naturale ricorrere al sesso, anche a tinte piuttosto forti, proprio perché fa parte della realtà, è del tutto verosimile.  

Come ti documenti per i tuoi libri, preferisci internet, o le biblioteche?

Solitamente utilizzo internet. 

Ti piace il genere poliziesco?

Il genere poliziesco non è tra i miei favoriti, ma ho letto e apprezzato alcuni romanzi di Biondillo, Carlotto, Lucarelli, Camilleri, Pinketts e Villani. 

Quando scrivi sei felice?

Quando scrivo sono al Settimo Cielo! Quando sento che la storia ha imboccato la strada giusta, e i personaggi mi sorprendono nei momenti più diversi della giornata, capita che non provi lo stimolo della sete, della fame e del sonno, come fossi innamorata. Sento l’adrenalina scorrermi nelle vene e per me esiste solo la storia che devo raccontare… Quando scrivo un racconto, una poesia, ma soprattutto un romanzo, sì, sono felice!  

Che strumenti utilizzi principalmente per la scrittura?

Penna, matita e computer. A volte scrivo direttamente al computer, ma normalmente scrivo prima su un quaderno, o su fogli sparsi, o sul cellulare, e poi ricopio e “aggiusto” tutto al computer.  

Una domanda tecnica. Come è il tuo metodo di scrittura, scrivi di getto, fai molte stesure?

Inizialmente scrivo di getto la prima stesura. In seguito sistemo, correggo, riscrivo, elimino… Il terzo passo è tassativamente dedicato ai dialoghi. Poi, lascio “decantare” il tutto, staccandomi fisicamente e mentalmente per almeno un mese dal testo. Quando lo riprendo, lo leggo con  estrema attenzione e valuto se sia il caso di apportare ulteriori modifiche.  

:: Profilo

Valentina Demelas è nata nel 1982. “Basta che ci sia posto”, Traccediverse, 2006, è il suo romanzo d’esordio. Ha appena terminato la stesura del suo secondo romanzo. I suoi racconti sono stati pubblicati su diversi siti internet, tra cui “My Bastogne” sul blog dello scrittore Enrico Brizzi, “Corpi” e “L’appuntamento” sui blog curati dalla scrittrice Francesca Mazzucato. Il racconto “Fantasmi del passato” si è classificato terzo al concorso “1000 parole d’amore” organizzato dal Centro Studi Opifice, in collaborazione con Radio Alzo Zero. Ha partecipato, in qualità di relatrice, alle ultime due edizioni della Fiera del Libro di Torino. Coltiva una seria passione per la letteratura, si interessa di psicologia, cinema, teatro, musica, volontariato. Ama i viaggi e la buona cucina.

I suoi testi sono raccolti nel suo “angolo degli esperimenti”

(http://angolodegliesperimenti.splinder.com)

e il suo blog personale è http://valentinademelas.ilcannocchiale.it.

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categoria:valentina demelas
lunedì, 10 settembre 2007

deonmTi piace James Joyce?

No. Ci ho provato diverse volte a leggerlo. Tuttavia continuo a non amarlo.

Come hai capito di essere uno scrittore?

Ho sempre avuto il bisogno di scrivere. Forse uno può chiamarlo “l’impulso di scrivere”. Quando ho raggiunto i 30 anni e l’impulso c’era ancora ho iniziato a scrivere.

Tu preferisci scrivere la descrizione dei posti, la descrizione dei personaggi, o i dialoghi?

Come scrittore preferisco creare personaggi. Qualche volta i dialoghi mi divertono parecchio. Altre volte è molto difficile.

Tu sei allo stesso tempo un giornalista e uno scrittore che differenza c’è?

Sia come giornalista che come scrittore voglio tenere il lettore molto coinvolto Come giornalista attraverso i fatti, come scrittore di thriller tento di farlo con bugie vergognose.

Ti piace la relazione tra letteratura e cinema?

Faccio parte di una generazione cresciuta sia con i libri che con il cinema, e penso che il mio modo di scrivere è influenzato da entrambi. Così si mi piace questo legame.

Tu sei uno scrittore sudafricano, cosa significa per te ? E’ una responsabilità?

Buona domanda. Io penso che la mia sola responsabilità è aiutare altri scrittori sudafricani ad essere pubblicati. Ma posso dirti che è molto più difficile per uno scrittore Africano raggiungere il successo internazionale.

Tu pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Si. Io penso che i libri cambiano il mondo un poco ogni giorno.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ask the Parrot di Richard Stark

Come fai a preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Continuando a scrivere. Io penso che la scrittura sia indipendenza spirituale.

In sud Africa è più difficile essere giornalista o scrittore?

Bene, è un poco più difficile guadagnarsi da vivere scrivendo libri.

Leggi di nuovo i tuoi libri?

No, lo trovo molto difficile.

Quali lettori preferisci?

I lettori che comprano libri e non li prendono in prestito dalle librerie o dalle altre persone.

Ti piace di più leggere o scrivere?

Leggere è un piacere. Scrivere un lavoro. Ma non posso vivere senza entrambi.

Quali sono i tuoiu scrittori viventi preferiti.

Crescendo mi sono ispirato ai grandi maestri : John D. MacDonald, Ed McBain, John le Carré, Frederick Forsyth, Ted Allbeury, Robert B. Parker ... e li ammiro tutti.

Di contemporanei amo ed ho molto rispetto per Michael Connelly, Robert Harris, Ian Rankin, Dennis Lehane, Lee Child, Michael Ridpath, John Sandford, Val McDermid, George P. Pelecanos, Douglas Kennedy, Mark Bowden, Dan Brown, Harlan Coben, David Morrell, Jeffrey Deaver, Ken Follett, per nominarne alcuni.

Ti senti una persona felice?

Non molto spesso….

Quali consigli daresti ad un giovane scrittore all’inizio della sua carriera?

Scrivere è come andare in bicicletta. Quando ci provi per la prima volta molto probabilmente cadi e sanguini un poco. Ma più lo fai e meglio lo fai. Non c’è niente che migliora di più la tua scrittura che sederti ad un tavolo e scrivere. E leggere, leggere, leggere. Bisogna vedere ciò che succede nel genere che lo scrittore progetta di scrivere. Poi studia e analizza ciò che gli autori veramente buoni stanno facendo e soprattutto come.

Ti piace Hemingway?

Si molto.

Hai un agente letterario?

Si ho una meravigliosa agente: Isobel Dixon della Blae Friedmann di Londra.

Scrivi racconti brevi?

Si amo molto scriverli.

Hai tu senso dell’umorismo?Dimmi una barzelletta.

Charles Dickens entra in un bar e ordina un martini. Il barista chiede”Olive or Twist”.

Quale è la tipica qualità di un buon scrittore?

Mi viene in mente Michael Connelly. Un professionista assoluto che migliora sempre di più.

La violenza nella società contemporanea è per te un segnale di decadenza o una spetto normale dell’animo umano?

Penso ci sia stata violenza in tutte le società. Fa parte dell’animo umano e non penso che cambierà.

Quale è la tragedia shakesperiana che preferisci?

Decisamente il Giulio Cesare e il Macbeth come secondo.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena finito la sceneggiatura per una serie tv in 10 parti.

Quale è il tuo romanzo preferito?

Disgrace by J.M. Coetzee

Si basa su fatti di cronaca “dead before dying”

Si io sempre unisco fatti e finzione.

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categoria:deon meyer
lunedì, 03 settembre 2007

D: Ami la letteratura underground?

R: E’ parte della mia formazione, non vincolante e tanto meno censurabile.

 

D: Definiscimi la parola libertà.

 

R: Te la descrivo: giovane, bella e assassina.

 

D: Credi nei valori politici o sei un disilluso come molti giovani?

 

R: Credo che, come per tangentopoli, il magma è già da tempo sotto gli occhi di tutti, ma stavolta un’intera e pressoché inetta classe politica sembrerebbe aver perso il timone o altri remano nell’occulto, ma la gente è stanca di processi in piazza. Occorre un concreto rinnovamento, non un ulteriore indebolimento del paese con seconde e terze repubbliche, questo è il punto. Da parte mia, non essendo più molto giovane, più che disilluso sono, a mia volta, preoccupato per i più giovani, soprattutto per l’irresponsabilità di un ipergarantismo che non può non rivolgersi contro, ma qui gli elementi da tirare in ballo sono altri e taglio!

 

D:  Quale è il tuo libro che preferisci?

 

R:  Il nuovo per poi nostalgicamente tradirlo col precedente  ed essere  ulteriormente ispirato a farne.

 

D:  Quello che ti è costato più fatica scrivere?

 

R:  La poesia in genere: una grande gioia ma anche un lungo cesello.

 

D:  Hai conosciuto Bellezza, che persona era?

 

R: Dario? Una persona attenta e sensibile, un indagatore dell’animo umano sinceramente orbitante nel caos della vita. Un bambino maldestro e dispettoso, giocoso e pieno di piccole fobie. Un eccelso poeta, quello di “Invettive e licenze” e “Morte segreta”.

 

D:  Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema?

 

R:   Una correlazione lontana, anacronistica, quella che intercorre tra simbolo e suono. Wenders con Rilke forse rende molto bene questa ancestrale corrispondenza. Le nuove muse, come pure le nuove tecnologie, ampliano questo spettro di connessioni oltre a rendere possibili nuove forme e modi di fare arte.

 

D:   Un’ aforisma, la frase di una canzone, un proverbio che ti è caro.

 

R:   Finché la barca va, lasciala andare… Te la ricordi, vero? …Tu non remare… Beh, è talmente azzeccata da essere una specie di motto nazionale.

 

D:   L’uso della tecnologia nella scrittura che valore ha per te?

 

R:   Rilevante, indubbiamente, mai vincolante e comunque presente e degno di attenzione ed opportuna ricerca.

 

D:   Come hai scoperto di essere uno scrittore?

 

R:   Attraverso la poesia, forse inconsapevolmente. Sono uno scrittore?

 

D:   E la scrittura digitale, pensi sia il futuro?

 

R:   Diciamo che si va in quella direzione, ma occorre ancora molto lavoro.

 

D:    Hai letto Fahrenheit 451 dello scrittore americano Ray Bradbury? Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

 

R: Un grande libro ed anche ottimo film, Truffaut è un maestro, di quelli che lasciano il segno e, all’occasione, anche il titolo. Senza memoria viene meno la necessità di esprimersi nell’arte che sedimenta e filtra proiettando altrove. Il rapporto che c’è tra la memoria e la libertà di esprimersi è il perno dove ruota l’opera, dove la memoria resta l’ultima salvaguardia di esprimersi nell’arte e le opere, vittime del fuoco sacrificale, acquisiscono nuovo valore e spessore attraverso la personificazione.

 

D:   Pensi che un libro può cambiare la gente e così il mondo?

 

R:   Pensando con consapevolezza storica è impossibile affermare il contrario. Approssimandoci ai nostri tempi, vengono un po’ i brividi a pensarlo, perché i cambiamenti sono comunque traumi e non tutti dai risvolti positivi ma, soprattutto, perché sono in pochi a leggere.

 

D:   Pensi che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti letterari, editori, sponsor, e lettori?

 

R:   Non facciamo di tutt’erba un fascio, anche perché già lo sappiamo, porta sfiga a questo paese.  Regole d’oro non ne conosco e neppure credo che esistano, giocano molte, troppe varianti nella vita, figuriamoci in quella di chi costruisce trame

 

D:   Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

 

R:   Col cuore.

 

D:     Cosa stai leggendo al momento?

 

R:   Diverse cose per diverse ragioni tra cui Cortazar, ma ho ripreso in mano anche Shurè. In questi giorni sto terminando i racconti di Pennacchi…

 

D:   Pensi che Internet rivoluzionerà il mondo?

 

R:   Perché, non è già accaduto?

 

D:   Stai lavorando a qualche nuovo libro?

 

R:   Sì, ho in ballo un contratto per un nuovo libro di poesie già firmato. A dire il vero, non era previsto ma, come tutte le cose impreviste, possono anche riservare piacevoli sorprese e, fin’ora, così è stato. Per i tempi di pubblicazione temo che bisognerà un po’ attendere, ma non troppo.

 

D:   Puoi anticiparcene quanto meno il titolo?

 

R:   Sì. S’intitola: “Ad Istanbul, tra pubbliche intimità”.

 

D:   Ti piacerebbe vincere il Nobel? cosa faresti con l’assegno della vincita?

 

R:   Cos’è? La Ventura ha assoldato anche te per il Grande Fratello? Tira fuori l’assegno e niente storie!

 

D:   Hai letto Ibsen?

 

RE: Onestamente no, ma è impossibile non sentirlo spesso citato (anche la cultura ha le sue congreghe di oranti). Ho avuto comunque modo di apprezzare il suo dramma borghese rappresentato a teatro.

 

D:   Preferisci scrivere romanzi o racconti?

 

R:   Poesie. Purtroppo ne vengono sempre di meno ed impegnano molto ma, come per il vino d’annata, talvolta sono anche distillati tutt’altro che trascurabili.

 

D:   Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere?

 

R:   Li ho usati praticamente tutti in senso evolutivo. Prima la penna, poi la macchina da scrivere ed infine il computer. Oggi, chiaramente, prediligo il computer.

 

D:   Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori?

 

R:   Sì, ne ho avute e ne ho tuttora. Le amicizie prescindono dagli scrittori e talvolta, per certe modalità, sono paragonabili agli amori, vanno e vengono, decantano, alcune tornano e, altre ancora, sono per sempre.

D:   Durante la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi?

 

R:   La tentazione è sempre poetica e predilige l’indagine del cuore e le sue più segrete emozioni.

 

D:   Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore? 

 

R:   Il segreto resta sempre quello di saper dosare le risorse, poi ce n’è sempre per tutti i gusti.

 

D:   Qual è il significato del talento per te? Un dono o una capacità che si può aumentare con il lavoro? 

 

R:   L’uno e l’altro, naturalmente. C’è un processo d’integrazione, una consapevolezza piuttosto che un quantitativo sommare.

 

D:   Hai un agente letterario? Per te è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

 

R:   No, non ancora. Dici che è tempo di provvedere? Sì, d’accordo, ma i sentimenti forse è meglio tenerli fuori, è sufficiente fiducia e stima, ti pare poco?

 

D:   Quanto la musica incide sui tuoi testi?

 

R:   Dipende. Nel caso del mio romanzo d’esordio, sicuramente molto

 

 

::Biografia:

Enrico Pietrangeli  autore della raccolta di poesie "Di amore, di morte", pubblicata in versione cartacea (Teseo editore 2000) ed in elettronica (Kult Virtual Press 2002), collabora con riviste e siti internet pubblicando articoli e racconti brevi. Attraverso la traduzione poetica, si è dedicato all'opera di alcuni autori poco conosciuti. Redattore di Controluce e dell’Osservatorio Letterario, gestisce il sito "Poesia, scrittura e immagine" www.diamoredimorte.too.it. Ha pubblicato la prima edizione del suo romanzo d’esordio "In un tempo andato con biglietto di ritorno" nel 2005 con Proposte Editoriali e nel 2007 in elettronica (Kult Virtual Press).

:: Link

Download: http://www.kultvirtualpress.com/ebooks.asp?book=1055

www.diamoredimorte.too.it

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categoria:enrico pietrangeli
lunedì, 03 settembre 2007

Le favole del 7° piano è il titolo di un libro che raccoglie nove racconti di famosi scrittori italiani tra cui Dacia Maraini  con fotografie di Costantino Ruspoli e illustrazioni di Giancarlo Vitali. Il ricavato andrà ad un onlus di Milno "Associazione 7°piano" che sostiente la ricerca scientifica sui tumori infantili.

Chi volesse acquistare il libro :

Style, Via Mecenate 91

20138 Milano

style@rizzolipublishing.it 

associazione_7piano@libero.it

 

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categoria:
mercoledì, 29 agosto 2007

LorenzoMazzoni[1].Foto.4Preferisci scrivere romanzi o racconti? Romanzi, assolutamente romanzi. I racconti non mi appassionano molto. Ne scrivo pochi, generalmente per partecipare a qualche concorso letterario, nulla di più. Sono troppo brevi per appassionarmi. I romanzi mi permettono di far crescere i personaggi, di affezionarmi a loro, di descrivere meglio i luoghi o le situazioni. Voto romanzi.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti stranieri? Graham Greene, Paco Ignacio Taibo II, Tom Robbins, Nagib Mahfuz, Jeorge Amado, Morris West, Jeffrey Eugenides, Lobo Antunes. Potrei andare avanti ore.

Quale strumento di scrittura preferisci usare, la penna, il computer o la macchina da scrivere? La penna e il computer (che ha la sola funzione di macchina da scrivere). Quando sono in giro scrivo su blocchetti o fogli sparsi, mi piace, è immediato. Poi a casa riscrivo al computer correggendo e sistemando.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Sì, Eliselle, Valentina Demelas, Lisa Massei, Donatella Placidi (citando scrittrici che hanno già pubblicato). Si tratta di rapporti via mail o blog, non ho mai bevuto un aperitivo con loro... dipende cosa si intende per amicizia. Inoltre collaboro con Enrico Astolfi, stiamo scrivendo un romanzo a quattro mani (con lui di aperitivi ne ho bevuti parecchi).

Riguardo la stesura di un libro tu preferisci occuparti della descrizione dei luoghi, della descrizione dei personaggi, o dei dialoghi? I luoghi e i dialoghi. Generalmente sono questi ultimi che uso per far venire fuori le caratteristiche del personaggio senza sondarne troppo l'aspetto psicologico in modo diretto.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore? Una scrittura accessibile a tutti. L'umiltà.

Pensi che alcuni scrittori siano “cattivi maestri”? Puoi farmi un esempio. Beh, Bukowski lo è per tanta gente, anche se credo che ormai sarebbe ora di metterlo in soffitta. I  cattivi maestri sono figure di cui ha bisogno l'adolescenza. Io ho avuto Bukowski, Kerouac, Ellis, Fante, poi mi sono stancato, non me ne facevo più niente.

Pensi che un libro può cambiare la gente e così il mondo? Sul mondo ho dei forti dubbi, ma su qualche lettore un libro può avere un'influenza incredibile. Positiva, negativa, di gioia, di rabbia, di riscossa. Se un libro non cambia almeno un pochino qualche lettore allora è carta straccia.

Pensi che ci siano regole d’oro per sopravvivere tra agenti letterari, editori, sponsor, e lettori? Io sono il signor nessuno. Non ho agenti letterari o sponsor e i miei lettori non credo superino le tremila unità (e me la sto tirando parecchio). Con il mio primo editore i rapporti sono stati e sono di perenne Guerra Fredda, con Edizioni Melquìades mi sto trovando benissimo e con Edizioni Robin idem. Penso di avere avuto abbastanza fortuna, ma no, non ho regole per sopravvivere nel mondo editoriale.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario? Evitandolo più che posso

Quali lettori preferisci? Quelli che alle presentazioni fanno domande, quelli che si permettono di dirmi cosa non gli è piaciuto dei miei libri

Cosa stai leggendo al momento? Weathermen, i fuorilegge d'America, di Harold Jacobs.

Quali sono i tuoi maestri letterari? Graham Greene, Paco Ignacio Taibo II, Tom Robbins, Morris West, Emilio Salgari.

Quali i tuoi autori italiani preferiti? Wu Ming, Carlo Lucarelli, Erri De Luca.

Qual è il significato del talento per te? Un dono o una capacità che si può aumentare con il lavoro? Un po' tutte e due, se anche hai talento ma non lo affini, non lavori come un mulo, il talento rimane lì, magari può servirti per qualche tempo ma poi crolla, come un castello di carte. Bisogna lavorare, lavorare, lavorare.

Ti piace la letteratura russa? Sì, adoro Dostoevskj, Tolstoj e Agenev.

Hai un agente letterario? Per te è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

Non ho agente letterario

Sei di Ferrara cosa pensi di Giorgio Bassani. Ha scritto libri bellissimi su Ferrara, l'ha descritta magistralmente ma se posso permettermi, lo trovo di una lentezza insostenibile. Un grande scrittore ferrarese del dopoguerra è Luigi Preti, Giovinezza giovinezza è un romanzo completo nella sua semplicità.

Hai viaggiato molto, quale cosa ti ha colpito di più e dove. Vedere un uomo morire sotto i miei occhi al confine fra Vietnam e Laos. Uno scontro frontale fra la sua motocicletta e un pulmino. Mi ha scosso molto. E poi la preghiera del venerdì a Sana'a e Napoli, in tutto e per tutto.

Ami la narrativa diaristica tipo Chatwin. Dipende. Chatwin non mi appassiona. Ramazzotti mi piace molto, Bettinelli è divertente ma un po' semplicione, Potocki era elegante ed essenziale, Prokosh ha scritto un libro molto bello dall'Asia, peccato che in Asia non ci sia mai andato e il manoscritto sia stato redatto nella biblioteca di San Francisco.

Ti piacerebbe fare il corrispondente per qualche giornale in un paese dell’Asia o dell’America Latina? Sì, mi piacerebbe molto. Per ora mi accontento delle possibilità che mi sono offerte da riviste intraprendenti che pubblicano i reportage che ho scritto in passato, diciamo come free-lance. Collaboro con www.viaggiatorionline.com e dovrei iniziare una nuova collaborazione con la rivista online www.ilreporter.com

Parlami della letteratura vietnamita, ci sono poeti o scrittori che più ami. Ho Chi Minh oltre ad essere stato un grande e dignitoso uomo politico ha scritto poesie bellissime. Il diario della prigione è un libro in versi che consiglio a tutti. Poi ci sono i romanzi della generazione che ha fatto la guerra, Le Chagrin de la guerre di Bao Ninh e Les Canons tonnent la nuit di Nha Ca, raccontano il Vietnam bellico da un'angolazione differente da quella a cui siamo abituati. E' istruttivo, poiché la nostra prospettiva, la prospettiva storica dell'occidentale, è spesso spocchiosa e arrogante. Fa bene un po' di umiltà ogni tanto.

Cosa ti ha ispirato Il requiem di Valle Secca” (Edizioni Tracce, Pescara 2006) Il Requiem mi è stato ispirato dal terrificante petrolchimico che occupa tutta la parte nord di Ferrara, la città dove vivo, da ricordi d'infanzia, dai reportage di Kapuscinski e dalla lettura di un libro sulla costruzione della bomba atomica. Volevo partecipare ad un concorso, richiedevano qualcosa di breve, 80 cartelle. Io non avevo niente di pronto così ho mixato tutti gli appunti che avevo in casa ed ho usato petrolchimico, giardini d'infanzia e reportage come filo conduttore. Credo sia venuto fuori un buon romanzo breve, forse un po' troppo veloce ma divertente. Asdrubale, il ciccione protagonista, è uno dei miei personaggi che più amo.

 

Sto per partire per la Cina, per un tour promozionale di un libro cosa mi consiglieresti? Di comprare un Libretto Rosso in cinese. Esteticamente fa effetto.

I poeti arabi che preferisci. Romanzieri più che poeti: Yasmina Khadra, Tawfiq al-Hakim, 'Ala al-Aswani,  Nagib Mahfuz

Cosa pensi di Pamuk lo scrittore turco vincitore del Nobel? Ho letto solo Istanbul è mi è piaciuto molto. Mi sembra che l'idea di mischiare il suo privato con la storia della città sia intelligentissima. Inoltre le fotografie rendono il libro unico nel suo genere.

Quanto la musica incide sui tuoi testi? Moltissimo. Ascolto sempre musica, continuamente. Una lista di chi ascolto e di chi mi ha ispirato e mi ispira sarebbe troppo lunga, cito qualcuno, così, quasi a caso: Beatles, Grateful Dead, De Andrè, Kaleidoscope, Clash, Embryo, 13th Floor Elevators, Daniele Sepe...

Hai mai avuto ispirazione mentre andavi in bicicletta? Spesso, anche perchè io sono sempre in bicicletta. Non ho la macchina, in bicicletta faccio chilometri. La bicicletta è fatta per pensare. Inoltre è un mezzo educato e civile

Il genere cyberpunk per te in cosa consiste e perché ti affascina? Anche l'editore che ha pubblicato il Requiem lo ha definito cyberpunk. In molte recensioni e presentazioni il libro è stato definito cyberpunk... il problema è che io ignoro cosa sia il cyberpunk, non ho mai letto scrittori cyberpunk, non so in cosa consista. Credo che l'ambientazione protoindustriale del Requiem abbia ingannato molti lettori.

Ami la letteratura underground? Dipende da cosa si intende per underground... la stampa anni '60? Roba tipo PlayPower? Sì, molto.  L'underground attuale non lo conosco, o meglio non conosco la letteratura sotterranea perciò non posso esprimermi.

Definiscimi la parola libertà. Non avere scheletri nell'armadio

Ti piace la poetica di Neruda? Moltissimo. E' l'unico poeta che leggo, insieme ad Ho Chi Minh.

Ti piace Giorgio Scerbanenko? Sì, semplice e coinvolgente. Mi è piaciuto soprattutto I milanesi ammazzano al sabato.

Ami l’Asia, fai yoga meditazione? Amo l'Asia, il Vietnam soprattutto, ma non faccio né yoga né meditazione, sono troppo pigro. La bicicletta già è abbastanza per un bradipo.

Credi nei valori politici o sei un disilluso come molti giovani? Sono comunista, lo dico senza vergogna. Oggi va di moda vergognarsi della propria appartenenza. Ma io non credo nella Cina attuale, nei gulag staliniani, nel delirio nord coreano o nell'assurdità di certi partiti politici italiani. Credo nell'ideale. L'ideale è bellissimo, fraterno, grandissimo. Sono gli uomini che lo hanno tradito. Sulla disillusione, beh, credo sia difficile per un giovane dei nostri giorni non essere disilluso. Io ci provo con la scrittura.

Quale è il tuo libro che preferisci? Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, Milano 2007). E' quello più completo e che rappresenta meglio il mio tentativo letterario, un tentativo fatto di storia, surrealismo, spionaggio, viaggi. Ost, senza dubbio alcuno.

Quello che ti è costato più fatica scrivere. Apologia di uomini inutili, un inedito. Dovevo descrivere un uomo che diventava pazzo dopo aver assistito all'omicidio di bambine asiatiche. Descrivere la violenza sessuale e l'omicidio è stato duro, durissimo, in certi momenti mi sono sentito un verme, ho anche pensato che se riuscivo a scrivere nefandezze tali forse ero compiacente... insomma è stato ostico... in ogni modo il libro è ancora inedito.

Che relazione c’è per te tra letteratura e cinema. Per quel che mi riguarda un legame molto stretto. Dicono che io abbia una prosa molto filmica. Immagino siano state le decine di film visti ai tempi del DAMS e della mia adolescenza.

In un intervista a Murakami gli chiesi se la tv è la nuova agorà del nostro tempo, tu che ne pensi? Mi auguro che non lo diventi ma i segnali sono molto inquietanti. Solo internet e il suo mondo virtuale per ora gli tengono testa. Speriamo. Io credo nei libri. Cartacei, che puzzano, che pulsano. La tv mi fa schifo, lo dico senza mezzi termini, la trovo odiosa.

Un aforisma , un proverbio che ti è caro. “Sono paziente irremovibile, non indietreggio di un passo. Fisicamente distrutto, moralmente incrollabile” (Ho Chi Minh).

:: profilo

Lorenzo Mazzoni è nato a Ferrara nel 1974. Laureato in Dams Cinema e successivamente in Storia e Istituzioni dell'Asia; scrittore e viaggiatore, ha pubblicato gli e-book Il sole sorge sul Vietnam, Le Bestie, Privilegi e Mekong Blues (www.kultvirtualpress.com), e i romanzi Il requiem di Valle Secca (Tracce, 2006) e Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades, 2007). Alcuni suoi racconti sono apparsi sulle riviste Rotta Nord-Ovest, Storie, Catrame Letterario, I racconti di Luvi e sull’antologia Schegge di utopia (Edizioni La Carmelina, 2007). E’ in via di pubblicazione un nuovo romanzo con i tipi di Robin Edizioni. Vive con la sua Musa, ascolta i Beatles e gira in bicicletta. http://lorenzomazzoni.splinder.com

:: bibliografia

IL SOLE SORGE SUL VIETNAM

http://www.kultvirtualpress.com/ebooks.asp?book=982

 MEKONG BLUES

http://www.kultvirtualpress.com/ebooks.asp?book=1063

 LE BESTIE

http://www.kultvirtualpress.com/ebooks.asp?book=996

 PRIVILEGI

http://www.kultvirtualpress.com/ebooks.asp?book=989

 IL REQUIEM DI VALLE SECCA

http://www.tracce.org/mazzoni.html

 OST. IL BANCHETTO DEGLI SCARAFAGGI

http://www.edizionimelquiades.it/schedalibro.asp?lp_prod=12&lp_tip=1

 

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categoria:lorenzo mazzoni
mercoledì, 29 agosto 2007

Scrittura come ossessione, valvola di sfogo in cui incanalare tutte le proprie energie, il dolore, la forza vitale. Un mondo post moderno, un Giappone ipertecnologico ancora imbevuto di arcani culti, di surreali e visionari aforismi in cui perdersi. E'una storia di inseguimenti, di ricerca, di analisi delle profondità della psiche umana, con scariche la neon sulla realtà e incursioni nell'irrazionale sempre pronto ad intromettersi anche se non richiesto. I personaggi: un abambina Marie scomparsa da 15 anni, uno zio suicida, due fratelli in cerca della sorella, una madre rifugiatasi in una setta. Legami di sangue in un Giappone pieno di chiaroscuri, di dee come Naomi, di programmi televisivi sull'occulto, tutta una parabola kitch sul japan dream in cui alla fine si ha la sensazione di aver celebrato un esorcismo, non da fantasmi ma dalle proprie paure e catarticamente ci si sente rinati e più saggi.

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martedì, 28 agosto 2007

robert_ferrignoQuali sono i suoi scrittori preferiti?

Elmore Leonard,  James Elroy, Franz Kafka, William S. Burroughs

Le piace l’Ulisse di James Joyce?

Non l’ ho mai letto in molti anni.

Come ha scoperto di essere uno scrittore?

Sin da quando ero un ragazzo ho sempre amato raccontare ai miei amici storie ed essi si sono sempre divertiti a sentirmele raccontare. Poi più tardi ho capito che molte mie idee e  interrogativi sulla giustizia, il crimine,  l’amore potevano essere meglio trattati nell’ambito della fiction. 

Preferisce in un libro la descrizione dei luoghi, di personaggi o i dialoghi?

I personaggi devono essere delineati tramite l’uso dei dialoghi; questa per me è la maggiore abilità per uno scrittore. 

Le piace il legame tra la letteratura e il  cinema?                     

Moltissimo. Io vado spesso al cinema  e uso la componente visiva per rendere i miei libri più dinamici e istintivi.

Lei dedica i suoi libri a Jody. Chi è Jody?

Mia moglie

Lei ha fatto l’insegnante. Pensa che gli scrittori siano cattivi maestri ? Può fare un esempio?     

Io probabilmente  ne sono un buon esempio. Mi piace insegnare, per piccoli periodi di tempo, ma sono troppo
geloso del mio tempo e trovo che l’insegnamento sia troppo  difficile.  Più che insegnare amo scrivere. 

Pensa che uno scrittore possa con i suoi libri cambiare le persone e così il mondo?

 Penso che i miei libri abbiano una forte componente morale e le situazioni siano realistiche  e ideate  proprio per far riflettere il lettore  su questioni come il giusto  e lo sbagliato, il morale, l’immorale.  Io desidero moltissimo suscitare interrogativi nei miei lettori e cambiamenti se è possibile, ma in fondo  sono solo uno scrittore e naturalmente non sono Dio!

Vuole essere uno scrittore di intrattenimento o vuol mandare un messaggio più profondo ai suoi lettori?

Il più grande intrattenimento è trattare con temi profondi  un argomento interessante ed evocativo. I libri noiosi non sono utili a nessuno. I libri interessanti hanno il potere più grande.

Preferisce essere considerato un grande scrittore noioso o un autore commerciale pieno di senso dell’umorismo?

Desidero il successo commerciale, ma con onore.

Pensa che ci siano “regole d’oro” per sopravvivere tra agenti, editori, sponsor e lettori?

L’onestà, sempre l’onestà. Ritengo fondamentale trattare il lettore con rispetto. Non imbrogliare nessuno ed essi probabilmente non imbroglieranno te.

Come preserva la sua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Con grande difficoltà.  Mi interrogo sempre su cosa è realmente importante. Sulla verità , sull’onestà , sul realismo. 

Legge di nuovo i suoi libri?

No. Vado sempre oltre e penso al futuro. 

Quale genere di lettori preferisce?

Quelli intelligenti. Quelli divertenti, che colgono le mie battute. Quelli che amano giocare. 

 

Lei usa metafore o significati nascosti nei suoi libri?

Io uso molti  “inside jokes” che solo le persone vicine a me capiscono.

Preferisce leggere o scrivere?

Preferisco scrivere. È più difficile ma è anche più divertente. Comunque amo anche leggere. 

n60790Cosa sta leggendo in questo momento?

Ho appena finito “Bangkok 8”   un crime novel ambientato in Tailandia  con un poliziotto buddista come protagonista.  Penso sia un libro molto bello .

Le piace giocare con le parole o per lei scrivere è sempre un lavoro serio?

La scrittura per me è gioco , divertimento, gioia.

Si sente una persona felice?

Quando suono o scrivo sono felice. Quando penso  no .

Cosa è per lei il talento?Un dono o una capacità che va aumentata con il lavoro?

Scrivere è un dono che può essere migliorato. Un dono che dobbiamo non sprecare.

Le piace Hemingway?

Non ho mai letto i suoi libri.

Ha un’ agente letterario? Che tipo di legame c’è tra voi?

Ho un agente  letterario donna. E’ brava, onesta, creativa e intelligente. Non siamo amici ma colleghi, con un comune obbiettivo.

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categoria:robert ferrigno
martedì, 28 agosto 2007

james_lee_burke,0Scrive solo romanzi o anche racconti? 

 

Si, non scrivo solo romanzi ma  ho anche  pubblicato una collezione di racconti e spero di completarne un’ altra entro il 2005.

 

Chi sono i suoi scrittori viventi preferiti?

 

 Negli USA penso che i migliori scrittori siano Annie Proulx e Cormac Mac Carthy .

 

 Le piace l’Ulisse di James Joyce?

 

 Si, è il migliore lavoro di Joyce,